Alchermes: tra storia, sapore e eredità.
L’alchermes prende il nome dall’arabo al‑qirmiz, ossia “cocciniglia”, un insetto da cui si ricava il pigmento rosso cremisi che contraddistingue questo liquore. Esso arrivò in Italia durante il Medioevo, probabilmente tramite la Spagna, e trovò terreno fertile a Firenze.
La sua produzione era già avviata nel 1233 dalle suore dell’Ordine di Santa Maria dei Servi, che realizzavano un elisir aromatico Nel XV secolo, la preparazione si diffuse anche nell’Officina Profumo‑Farmaceutica di Santa Maria Novella, dove restò attiva ancora oggi. Culmine della codifica della ricetta si ebbe nel 1743 ad opera di fra’ Cosimo Bucelli, direttore dell’Officina, che la trascrisse con precisione; l’anno 1749 viene talvolta riportato in altri contesti. Apprezzato dai Medici – in particolare da Caterina de’ Medici, che lo introdusse alla corte francese sposando Enrico II – divenne oltremanica noto come “liquore de’ Medici”.
La sua ricetta tradizionale prevedeva alcol, zucchero, acqua, scorza d’arancia, acqua di rose, cannella, chiodi di garofano, vaniglia, cardamomo, fiori d’anice e, naturalmente, cocciniglia per il colore; oggi, nei prodotti industriali, il rosso spesso viene ottenuto con coloranti sintetici come E122, E124 o E132.
In tempi passati, in Sicilia era chiamato “archemisi” e veniva somministrato ai bambini spaventati (“vermi da spavento”) per calmarli. Ancora oggi trova impiego in molte preparazioni dolciarie: pesche dolci, zuppa inglese, zuccotto fiorentino, ciaramicola perugina, mortadella di Prato e altre delizie artigianali. In Toscana è riconosciuto come Prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT). Soprattutto nelle sue versioni artigianali, la produzione rimane fedele alla tradizione, mentre nelle versioni commerciali non sempre si conserva l’uso della cocciniglia naturale.
Prima del pecorino e delle merende di primavera, le fave in Toscana avevano già attraversato secoli di storia agricola.
Cambiano i gusti. Cresce l’attenzione a salute/sostenibilità e si riduce il consumo di carne, spingendo fuori menu i tagli “di nicchia”.
Dal testo rovente dei pastori lunigianesi alla tavola di oggi. Storia, tecnica e ricetta tradizionale.
Passito toscano da uve appassite e lungo affinamento in caratelli: dorato, vellutato, dolce o secco. Perfetto con biscotti, dolci e formaggi.