Dove sono le ossa di Dante?

Dove sono finite davvero le ossa di Dante? La storia dei resti del poeta è una delle più affascinanti e controverse della memoria italiana: una vicenda fatta di esilio, sepolture, tentativi di trasferimento, nascondimenti segreti, ritrovamenti casuali e verifiche pubbliche. Tra documenti notarili, tradizioni conventuali e ricognizioni scientifiche, emerge un dato fondamentale: le ossa attribuite a Dante sono storicamente molto credibili, ma non esiste una prova biologica definitiva che chiuda ogni dubbio.

Dante Alighieri morì a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321, dopo gli ultimi anni trascorsi sotto la protezione di Guido Novello da Polenta. Fu sepolto presso la chiesa di San Francesco, nel luogo che nel tempo sarebbe diventato il centro del suo culto civile e letterario. Ancora oggi la città di Ravenna rivendica quella sepoltura come parte essenziale della propria identità storica. Col passare dei secoli, però, la tomba di Dante non rimase solo un luogo funerario. Divenne un simbolo. Ravenna custodiva il poeta morto; Firenze, che lo aveva condannato all’esilio, iniziò sempre più a desiderarne il ritorno postumo. Questa tensione fra le due città è il motore di quasi tutta la storia successiva dei resti danteschi.
Il momento decisivo arrivò nel 1519, quando Firenze tentò concretamente di ottenere le spoglie del poeta. Le fonti istituzionali e bibliografiche concordano sul fatto che, davanti al rischio reale di un trasferimento favorito anche dal clima politico del tempo, i frati francescani di Ravenna sottrassero segretamente le ossa dal sepolcro per impedirne la restituzione ai fiorentini. Secondo la tradizione consolidata, i resti furono collocati in una piccola cassetta lignea e murati in un luogo appartato dell’area conventuale. Da quel momento si crea una delle più singolari scissioni della storia monumentale italiana: da una parte la tomba pubblica di Dante, visitata e venerata; dall’altra le ossa reali, nascoste e sottratte alla vista. Per secoli, in sostanza, si rese omaggio a un sepolcro che non conteneva più integralmente il corpo del poeta.
La storia della cassetta lignea è uno degli elementi più importanti dell’intera vicenda. Il dossier bibliografico del Senato richiama le iscrizioni presenti sulla cassetta, fra cui quelle che fanno riferimento al 1677 e al priore del convento Antonio Santi. Le scritte attestano una ricognizione delle ossa e una loro ricollocazione in luogo sicuro, segno che la custodia conventuale non fu episodica ma continuativa. Questo non costituisce una prova scientifica finale, ma è un tassello decisivo nella catena storica: mostra che i frati non solo nascosero i resti, ma continuarono a considerarli e trattarli come autentiche spoglie di Dante. La forza della tradizione documentaria nasce proprio da questa continuità materiale.
Mentre i resti venivano custoditi altrove, la memoria monumentale di Dante continuava a crescere. La tomba ravennate fu oggetto di valorizzazioni successive, fino al tempietto neoclassico costruito tra il 1780 e il 1781 su progetto di Camillo Morigia, quello che ancora oggi identifica visivamente il luogo della sepoltura. Qui sta il paradosso più affascinante dell’intera storia: proprio mentre il culto pubblico di Dante si consolidava e si monumentalizzava, il contenuto reale del sepolcro restava incerto. La tomba diventava sempre più celebre, ma le ossa si trovavano altrove. In altri termini, la memoria di Dante si rafforzava anche attraverso un’assenza.
Il punto di svolta moderno si colloca il 27 maggio 1865. Durante lavori eseguiti a Ravenna nel contesto delle celebrazioni dantesche, fu rinvenuta una cassetta di legno murata presso l’area francescana. La fonte ministeriale è esplicita: la cassa sembrò inizialmente di scarso valore, ma il giovane Anastasio Matteucci ne lesse l’iscrizione, comprendendo che si trattava delle “ossa Dantis”. A quel punto la scoperta divenne un caso pubblico e istituzionale. Il Ministero della Cultura ricorda che l’Archivio di Stato di Roma conserva gli atti notarili relativi alla vicenda. Il 6 giugno 1865 i notai Vincenzo Rambelli e Saturnino Malagola verbalizzarono la reposizione della cassetta lignea contenente le ossa dentro una cassa di ferro, sigillata alla presenza delle autorità cittadine e dei testimoni.

Il giorno successivo, 7 giugno 1865, fu aperta anche l’urna marmorea del sepolcro monumentale per verificare che cosa vi fosse rimasto. Il risultato fu rivelatore: foglie di alloro, polvere, frammenti vari e soltanto poche piccole ossa, tra cui tre falangi. Questo dato rese estremamente credibile la ricostruzione secondo cui il corpo era stato realmente sottratto secoli prima e nascosto dai frati.
Il ritrovamento del 1865 non dimostra in senso genetico che le ossa siano di Dante, ma consolida in modo formidabile la loro autenticità storica. Per la prima volta, i resti vengono inseriti in una procedura pubblica, verbalizzati da notai, collegati a una tradizione materiale coerente e confrontati con l’effettiva quasi-vacuità del sepolcro ufficiale. È qui che si comprende bene la differenza fra certezza forense e probabilità storica. La prima richiederebbe una prova biologica definitiva. La seconda nasce da una convergenza di indizi forti: luogo della sepoltura, tradizione ravennate, occultamento francescano, iscrizioni sulla cassetta, ritrovamento documentato, verifica del sepolcro vuoto. Ed è proprio questa seconda forma di certezza, storica e documentaria, a sostenere l’attribuzione delle ossa a Dante.
Dopo il ritrovamento, la vicenda si complicò ulteriormente. Attorno alle ossa di Dante iniziarono a circolare frammenti, polveri, residui e presunte reliquie. La Biblioteca del Senato ricorda che, nel tempo, si produssero dispersioni e confusioni, tanto che nel Novecento emerse il problema di distinguere i resti autentici da materiali estranei o di attribuzione incerta. Questo passaggio è molto importante, perché mostra come il corpo di Dante sia stato trattato quasi come quello di un santo laico. Le sue ossa non furono soltanto custodite: furono desiderate, spezzettate simbolicamente, circondate da un’aura di venerazione nazionale. La storia dei resti danteschi è quindi anche la storia della costruzione civile del mito di Dante.
Nel 1921, in occasione del sesto centenario della morte di Dante, si procedette a una nuova ricognizione dei resti. Il dossier del Senato segnala che l’inventario e la ricomposizione dello scheletro furono affidati a due importanti antropologi dell’epoca, Giuseppe Sergi e Fabio Frassetto. Le ossa furono fotografate, inventariate e sottoposte a rilevazioni metriche e paleopatologiche.
Questa ricognizione servì anche a risolvere la cosiddetta questione delle “ossa estravaganti”, cioè a separare i pezzi ritenuti autentici dai doppioni e dai resti estranei che si erano accumulati nel tempo. La stessa fonte bibliografica ricorda che furono individuati persino reperti animali non pertinenti, segno di quanto la tradizione delle reliquie avesse complicato il quadro. La ricognizione del 1921 rafforzò dunque la credibilità materiale dello scheletro attribuito a Dante, ma ancora una volta non trasformò quella credibilità in una dimostrazione biologica definitiva. Confermò soprattutto una cosa: esisteva un nucleo osseo coerente, storicamente custodito e ormai riconosciuto pubblicamente come quello del poeta.
Neppure il Novecento chiuse definitivamente il “viaggio” dei resti danteschi. Durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, le ossa furono nuovamente nascoste per sottrarle ai pericoli dei bombardamenti. La ricostruzione del Senato e le pagine ravennati ricordano che vennero poste al sicuro nel Quadrarco di Braccioforte e che vi rimasero fino al 19 dicembre 1945, quando furono ricollocate nel tempietto. Il fatto che le ossa siano state protette ancora una volta, a distanza di secoli dal primo occultamento, dice molto sul loro valore simbolico. I resti di Dante non sono stati semplicemente conservati: sono stati difesi, nascosti e preservati in momenti storici molto diversi, sempre con la consapevolezza di custodire qualcosa di eccezionale per la memoria italiana.
A questa domanda bisogna rispondere con precisione. No, non esiste una prova biologica definitiva e universalmente conclusiva che consenta di dire con assoluta certezza scientifica che quelle ossa appartengano a Dante Alighieri. Ma sarebbe altrettanto scorretto dire che non sappiamo nulla. In realtà sappiamo molto, e quel molto ha un peso storico notevole.

Le ossa oggi attribuite a Dante poggiano su una sequenza documentaria e materiale particolarmente forte: sepoltura ravennate del 1321, sottrazione dei resti nel 1519 per impedirne il trasferimento a Firenze, custodia conventuale attestata anche dalle iscrizioni del 1677, ritrovamento della cassetta nel 1865, verifica notarile, controllo dell’urna quasi vuota, ricognizione antropologica del 1921 e successive misure di protezione in guerra. Questa sequenza non equivale a una prova del DNA, ma rende l’attribuzione altamente plausibile.
In fondo, il destino postumo di Dante ripete in altra forma il destino della sua vita: conteso, interpretato, reclamato, protetto. Esule in vita, Dante lo è rimasto anche nella memoria del suo corpo. E proprio per questo la storia delle sue ossa continua ad affascinare: perché non parla solo di ciò che resta di un uomo, ma di ciò che una civiltà decide di fare dei suoi morti illustri.
 
Fonti consultate:
- Ministero della Cultura, Dantedì all’Archivio di Stato di Roma – Ossa Dantis. Il mistero della sepoltura del “Divin Poeta”. Fonte preziosa per la cronologia del ritrovamento del 1865 e per i rogiti notarili.
- Biblioteca del Senato – MinervaWeb, Le ceneri di Dante, nel settimo centenario della morte. Utile per la storia della custodia conventuale, le iscrizioni della cassetta, la ricognizione del 1921 e lo spostamento durante la guerra.
- Comune di Ravenna / Ravenna Turismo, pagine istituzionali sulla Tomba di Dante Alighieri. Utili per il contesto monumentale, la storia del tempietto del Morigia e la memoria ravennate del sepolcro.
 

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