Il materassaio ambulante: quando il materasso si rifaceva in casa
C’era un tempo in cui il materasso non si cambiava: si rifaceva. A Firenze, nei paesi della provincia e nelle campagne toscane, il materassaio arrivava direttamente a casa con i suoi attrezzi e trasformava per qualche ora un cortile, una loggia o uno spazio davanti alla porta in una piccola bottega all’aperto.
Era un lavoro che difficilmente passava inosservato. La lana usciva dal materasso, la stoffa veniva aperta, comparivano aghi, spaghi e strumenti del mestiere; intorno si muoveva la famiglia e spesso qualche bambino rimaneva a guardare. Non si trattava però di uno spettacolo organizzato per i curiosi: quella scena faceva parte della normale manutenzione della casa. Il materasso era infatti un bene destinato a durare molti anni. Quelli delle famiglie che potevano permetterselo erano imbottiti di lana di pecora, mentre erano diffusi anche materiali vegetali più economici. Una testimonianza storica raccolta in Toscana ricorda il crine vegetale e, nelle abitazioni più povere, il cosiddetto “saccone”, riempito con le foglie secche del granturco. Dormendoci sopra notte dopo notte, lana e imbottiture finivano inevitabilmente per comprimersi. Si formavano ammassi, il materasso perdeva volume e diventava duro e irregolare. Non si pensava però di buttarlo: si chiamava il materassaio.
In Toscana si diceva anche “ribattere le materasse”. La testimonianza relativa alla famiglia Lenzi di Quarrata descrive con precisione il procedimento: il materassaio arrivava a casa, apriva il sacco o “guscio”, estraeva l’imbottitura e la batteva per sciogliere gli ammassi e restituirle morbidezza. Nel frattempo la massaia lavava il rivestimento, che sarebbe stato nuovamente riempito e impunturato una volta asciutto. Era proprio questo il cuore del mestiere. La lana doveva essere lavorata fino a riacquistare volume, quindi distribuita nuovamente senza lasciare zone troppo piene o troppo vuote. Infine il materasso veniva richiuso e cucito con attenzione: le impunture servivano a mantenere l’imbottitura nella posizione corretta e a ridare forma all’insieme.
Servivano forza, ma soprattutto esperienza. Bastava distribuire male la lana per ottenere un materasso pieno di avvallamenti; una cucitura poco resistente poteva aprirsi e un’impuntura eseguita male compromettere il lavoro. Quello del materassaio era dunque un mestiere manuale nel senso più pieno del termine: le mani controllavano continuamente consistenza, spessore e forma.
A Firenze la materia prima di questo lavoro aveva alle spalle una storia molto più antica. La lana era stata per secoli uno dei pilastri dell’economia cittadina. L’Arte della Lana fu una delle corporazioni più potenti di Firenze e il Comune ricorda che nella prima metà del Quattrocento circa 200 botteghe lavoravano la lana, dando sostentamento a migliaia di persone. L’importanza della corporazione fu tale che dal 1331 ebbe anche la responsabilità dell’Opera di Santa Maria del Fiore, incarico mantenuto fino alla soppressione delle Arti nel 1770. Naturalmente il materassaio ambulante apparteneva a un mondo molto più recente rispetto ai grandi lanaioli della Firenze medievale, ma alcuni gesti sembravano conservare una lontana parentela con quelle lavorazioni: battere le fibre, separarle, renderle nuovamente soffici e affidarsi continuamente alla sensibilità delle mani.
La particolarità era soprattutto nel modo di lavorare: non era il materasso a raggiungere la bottega, era la bottega a raggiungere il materasso. Trasportare grandi imbottiture sarebbe stato scomodo, soprattutto nelle campagne, mentre il materassaio poteva spostarsi con gli strumenti necessari e lavorare direttamente presso le famiglie. Così il cortile diventava laboratorio. La lana veniva aperta e lavorata, il guscio lavato asciugava al sole, ago e spago aspettavano il momento della ricucitura. Intorno continuava la vita quotidiana: qualcuno passava, qualcuno si fermava a parlare, qualcun altro approfittava della presenza dell’artigiano per accordarsi sul prossimo lavoro. Non era soltanto manutenzione domestica. Come accadeva con molti mestieri ambulanti, il materassaio entrava per qualche ora nella vita della famiglia e del vicinato. Arrivava con il proprio sapere, lavorava davanti a tutti e poi ripartiva verso un’altra casa.
Una delle storie più interessanti arriva da Quarrata, nel Pistoiese. Negli anni Venti del Novecento Alfonso Lenzi manteneva la famiglia alternando il lavoro della terra a quello di materassaio ambulante. Le fonti della Regione Toscana ricordano proprio quell’attività tra le radici della successiva esperienza imprenditoriale familiare. I figli entrarono progressivamente nell’attività e dalle competenze legate a materassi, tessuti e imbottiture si passò alla realizzazione di mobili imbottiti. Guido Lenzi sviluppò anche un divano letto modificando il meccanismo di una vecchia ottomana arrivata nella bottega paterna per essere restaurata. Quarrata sarebbe poi diventata uno dei territori toscani maggiormente legati alla produzione del mobile imbottito. È un passaggio che racconta molto più della storia di una singola famiglia: alcuni mestieri che oggi sembrano modestissimi custodivano conoscenze tecniche capaci di trasformarsi, con il mutare della società, in nuove attività artigianali e industriali. Il materassaio ambulante cominciò invece lentamente a scomparire con la diffusione dei materassi prodotti industrialmente. Cambiarono i materiali, cambiarono le reti e soprattutto cambiò il rapporto con gli oggetti domestici. Il materasso diventò sempre più qualcosa da acquistare già pronto e sostituire quando arrivava alla fine della propria vita. Con quel mestiere scomparve quindi anche una piccola abitudine familiare: vedere ciò che sembrava ormai consumato tornare nuovamente utilizzabile. Non bisogna idealizzare quel mondo. Rifare un materasso significava fatica, polvere, lana sparsa e una giornata domestica inevitabilmente scombussolata. Eppure racconta un rapporto con le cose molto diverso dal nostro: prima di sostituire un oggetto si cercava quasi sempre di ripararlo. Si risuolavano le scarpe, si rammendavano i vestiti, si aggiustavano sedie e pentole. E quando il letto diventava scomodo non arrivava un materasso nuovo dentro un involucro di plastica.
Arrivava il materassaio.
Apriva il vecchio materasso, spargeva la lana, la lavorava e ricuciva tutto. Alla sera il letto era apparentemente quello di sempre, ma sotto le lenzuola era tornato alto e morbido. Il giorno dopo quell’uomo sarebbe stato in un altro cortile, con gli stessi attrezzi e un altro materasso da riportare in vita.
Tra gesso, bolo e foglie impalpabili, un lavoro paziente dava luce alle opere e rendeva prezioso ogni frammento d’oro.
Dalle cave di Fiesole e Settignano alle architetture di Brunelleschi, Donatello e Michelangiolo.
Chi erano e perché il loro lavoro fu così importante per arte, tessuti, chiese e monumenti della città.
Lana, aghi e lavoro manuale, un mestiere che entrava nelle case toscane per restituire nuova vita ai vecchi materassi.