Gatti nel Medioevo

Gatti nel Medioevo e Peste Nera, la bufala dello sterminio ordinato dalla Chiesa.

La storia è nota: nel Medioevo la Chiesa avrebbe considerato i gatti, soprattutto quelli neri, animali del demonio. Li avrebbe fatti uccidere in massa. Senza gatti, i ratti sarebbero aumentati. E dai ratti sarebbe arrivata la Peste Nera. È una storia perfetta per internet: ha un papa, la superstizione, un animale innocente e un finale in cui l’umanità viene punita per aver sottovalutato il gatto. Il problema è che non abbiamo prove che sia mai successa.
La leggenda nasce da un documento reale, la Vox in Rama, diffusa nel 1233 durante il pontificato di Gregorio IX. Il testo descrive una presunta setta eretica attiva in area tedesca e racconta rituali volutamente scandalosi: compaiono un rospo, immagini demoniache e una figura di gatto nero. Da qui, nei secoli, si è costruita una storia molto più grande: il gatto nero diventa il simbolo di tutti i gatti; il simbolo diventa un divieto; il divieto diventa uno sterminio; lo sterminio diventa la causa della peste. Peccato che la Vox in Rama non dica nulla del genere.
La Vox in Rama non è un editto contro gli animali. È un testo contro persone accusate di eresia. Il gatto nero compare nel racconto di un presunto rito satanico perché serve a rendere la scena più inquietante e gli accusati più mostruosi.

Non esiste un ordine di uccidere i gatti. Non c’è un elenco di animali proibiti. Non c’è una politica europea per liberare città e villaggi dai felini. Un gatto usato come simbolo negativo non basta a dimostrare una persecuzione reale. Altrimenti dovremmo pensare che ogni animale comparso in una storia religiosa o in un bestiario medievale sia stato automaticamente bandito dal continente.
La Vox in Rama è del 1233. La Peste Nera arriva in Europa nel 1347-1348. Tra i due eventi passa più di un secolo. Per sostenere la leggenda, bisognerebbe dimostrare che quel documento abbia provocato una strage continua di gatti per generazioni, in paesi diversi, fino a ridurne davvero il numero nelle città europee. Poi bisognerebbe dimostrare che questa riduzione abbia favorito i ratti e che i ratti abbiano avuto un ruolo decisivo nella peste. Una catena del genere avrebbe lasciato tracce: cronache, ordini, registri cittadini, testimonianze diffuse. Non le abbiamo. Abbiamo invece una storia moderna che collega un documento del Duecento a un’epidemia del Trecento perché il risultato è narrativamente irresistibile.

I gatti continuavano a essere presenti nella vita quotidiana. Erano utili nelle case, nei granai, nei magazzini e nei monasteri, dove topi e altri roditori potevano danneggiare cibo, materiali e manoscritti. Non erano animali domestici nel senso moderno: niente crocchette premium, giochi intelligenti e profili Instagram gestiti da un umano senza più alcuna autorità in casa. Però erano animali utili e conosciuti.

Un testo religioso inglese del XIII secolo, l’Ancrene Wisse, permetteva alle donne che vivevano in clausura di tenere un animale: un gatto. Anche il celebre poema irlandese su Pangur Bán racconta la convivenza tra un monaco e il suo gatto bianco, impegnato a cacciare topi mentre il padrone studia. Questi esempi non dimostrano che nel Medioevo tutti amassero i gatti. Dimostrano però che non erano universalmente considerati creature demoniache da eliminare.
I gatti non hanno colpe sulla Peste Nera che sappiamo fu causata dal batterio Yersinia pestis. La sua diffusione dipendeva da una rete complessa di fattori: roditori, pulci, animali, commerci, spostamenti umani, città affollate e condizioni di vita difficili. Ridurre tutto a “meno gatti, più ratti, più peste” è comodo, ma non è storia. I gatti potevano aiutare a controllare alcuni roditori, certo. Non erano però un vaccino con le zampe. Possono contrarre la peste e, in alcune circostanze, trasmetterla agli esseri umani.
Concludiamo con una verità appurata: la storia dei gatti sterminati è quindi una bufala costruita su un piccolo fatto reale: un gatto nero compare nella Vox in Rama. Ma tra quel dettaglio e un’Europa privata dei felini per ordine della Chiesa c’è un abisso. Il cosidetto Medioevo non è stato un paradiso per i gatti, nemmeno oggi lo è, potevano essere temuti, maltrattati o usati come simboli negativi. Ma papa Gregorio IX non ha svuotato l’Europa dai mici per poi far arrivare la Peste Nera. Perciò basta trattare i gatti come magligni e malvagi, è una leggenda moderna. E, con buona pace dei gatti, è molto più furba di quanto sia vera.

Piccola bibliografia
- Kors, Alan Charles; Peters, Edward (a cura di), Witchcraft in Europe, 400–1700: A Documentary History, 2ª ed., University of Pennsylvania Press, 2001. Contiene anche la Vox in Rama di Gregorio IX: utile per verificare cosa dice davvero il documento, invece di affidarsi alla sua versione da social network
- Walker-Meikle, Kathleen, Medieval Cats, British Library Publishing, 2011. Un’introduzione agile e ben documentata al ruolo dei gatti nella cultura medievale: animali da caccia ai roditori, presenze domestiche, figure simboliche e, talvolta, creature guardate con sospetto.
- Luff, Rosemary M.; Moreno-García, Marta, “Killing Cats in the Medieval Period: An Unusual Episode in the History of Cambridge, England”, in Archaeofauna, 4, 1995, pp. 93–114. Studio archeologico importante perché mostra un caso reale di uccisione e sfruttamento dei gatti, ma proprio per questo aiuta a distinguere un episodio locale da una presunta persecuzione europea.
- Dean, Katharine R. et al., “Human Ectoparasites and the Spread of Plague in Europe during the Second Pandemic”, in Proceedings of the National Academy of Sciences, 115, n. 6, 2018, pp. 1304–1309. Utile per capire perché la Peste Nera non può essere spiegata con la formula semplicistica “meno gatti, più ratti, più peste”.

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