È un prodotto locale poco conosciuto, legato alla campagna isolana, ai terrazzamenti e alla coltivazione vicino alle vigne.
Non è nato come pomodoro da orto comune. La sua storia passa da terreni difficili, lavori agricoli profondi e semi conservati nel tempo da famiglie e coltivatori locali. Proprio questo legame con l’isola lo rende interessante: racconta una Toscana agricola minore, spesso oscurata dall’immagine turistica del mare. Il nome deriva da una pratica agricola precisa. Al Giglio, la zappatura profonda della vigna veniva chiamata “scasso”. In quei terreni lavorati a fondo si coltivavano anche questi pomodori, che da quella pratica hanno preso il nome. La varietà è conosciuta anche come Pomodoro di Fontana. Questo secondo nome richiama l’uso locale e aiuta a capire quanto il prodotto sia rimasto legato a una zona ristretta, più che a un commercio ampio.
La particolarità principale sta nel luogo di coltivazione. Questo pomodoro non era legato solo all’orto di casa, ma anche alle vigne. Cresceva in spazi agricoli complessi, spesso terrazzati, dove ogni pezzo di terra aveva valore. L’Isola del Giglio ha un’agricoltura segnata da pendenze, muretti, suoli difficili e disponibilità d’acqua limitata. In un ambiente così, le varietà locali dovevano adattarsi. Non bastava produrre frutti belli da vedere. Servivano piante capaci di reggere il clima, il terreno e le abitudini agricole dell’isola. Il frutto è grosso, rosso intenso e polilobato. La forma è irregolare, diversa dai pomodori lisci e uniformi più comuni nei supermercati. Ha un aspetto rustico, con coste evidenti e polpa consistente. Una delle sue caratteristiche più utili è il basso contenuto di acqua. Questo lo rende adatto a salse, conserve e pomodori secchi. È un dettaglio importante, perché spiega il suo uso pratico nella cucina locale. Un pomodoro meno acquoso permette preparazioni più dense e saporite, senza lunghe cotture.
Questa varietà è arrivata vicino alla scomparsa per motivi comuni a molti prodotti agricoli locali. La coltivazione era rimasta in mano a pochi agricoltori. I semi venivano conservati e ripiantati in ambito familiare, ma il passaggio tra generazioni si era indebolito.
Negli ultimi anni questa risorsa locale è stata recuperata grazie al lavoro di enti pubblici, Parco Nazionale Arcipelago Toscano, Regione Toscana, Università di Pisa e coltivatori custodi.
Nel 2023 è stata iscritta al Repertorio Regionale delle risorse genetiche locali a rischio di estinzione. Questo passaggio è importante perché riconosce il valore agricolo, storico e genetico della varietà.
La conservazione avviene in due modi. Da una parte ci sono i coltivatori custodi, che mantengono vive le piante nei campi. Dall’altra ci sono i semi conservati nella Banca Regionale del Germoplasma, utile per proteggere il materiale genetico nel tempo.
Liquore rosso-aromatico d’aroma zuccherino, importato via Spagna, perfezionato a Firenze e diffuso da Caterina in Francia.
In Toscana lo chiamano popone. Fuori sembra una parola inventata. Ma dietro questo nome estivo c’è molto più di quanto immagini.
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Un pane scuro di castagne racconta la Lunigiana povera, nato per necessità, oggi è diventato una rarità.