Identità, memoria e scultura nel Quattrocento
Alla morte di Filippo Brunelleschi, nel 1446, Firenze perde non solo l’artefice della cupola di Santa Maria del Fiore, ma anche uno dei maggiori protagonisti del Rinascimento. La necessità di conservarne la memoria, sia privata che pubblica, si traduce in diverse forme di rappresentazione. La più diretta e concreta è la maschera funebre realizzata dal suo figlio adottivo e allievo, Andrea di Lazzaro Cavalcanti, noto come il Buggiano. Nel corso del Quattrocento, l’interesse per la ritrattistica aumenta, ma è ancora raro trovare opere che restituiscano fedelmente l’aspetto fisico di una persona. La maggior parte dei ritratti scultorei dell’epoca tende a idealizzare i soggetti, inserendoli in una narrazione eroica e formale. In questo contesto, una maschera funebre rappresenta un oggetto singolare: non nasce per essere esposto pubblicamente, ma per conservare un’impronta autentica e fisica del defunto, con valore documentario e affettivo.
In che modo la maschera funebre di Brunelleschi contribuisce alla costruzione della sua immagine pubblica e privata? Qual è il suo ruolo nella scultura fiorentina del XV secolo?
La maschera fu realizzata applicando direttamente uno strato di cera sul volto del defunto, una tecnica diffusa già nell’antichità romana, praticata poi nel Medioevo e ripresa nel Rinascimento per motivi legati alla memoria e alla rappresentazione del corpo. Questa operazione, affidata al Buggiano, permette di ottenere una riproduzione fedele, senza filtri estetici né idealizzazioni. La cera conserva tratti, proporzioni e imperfezioni del volto, offrendo così un ritratto realistico e intimo del grande architetto. Proprio grazie a questa maschera, il Buggiano ricava un busto in marmo da collocare all’interno della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, nei pressi della tomba del maestro. La decisione di rappresentare Brunelleschi con un busto vicino al luogo della sua sepoltura risponde all’intento di radicare il suo ricordo nel cuore fisico e simbolico della città. Questo busto ha valore commemorativo, ma conserva anche il legame diretto con le sembianze reali, conservate nel calco in cera.
La doppia funzione della maschera funebre è evidente: da una parte, documento intimo, destinato a un uso interno; dall’altra, modello per una scultura pubblica. Questo equilibrio tra memoria privata e rappresentazione ufficiale si spezza però con il tempo.
Nel XVI secolo, Giovanni Bandini (1) realizza un nuovo busto marmoreo di Brunelleschi, destinato anch’esso all’Opera del Duomo. Questa seconda immagine si discosta sensibilmente dalla prima: lo stile è più celebrativo, i tratti più nobili, il volto più disteso. L’obiettivo non è più solo quello di “registrare” l’identità, ma di costruire un ritratto esemplare, con tratti che rispondono alla retorica umanista del tempo.
Il confronto tra i due busti — quello derivato dalla maschera e quello di Bandini — mette in luce due concezioni diverse della ritrattistica: l’una fondata sull’aderenza al reale, l’altra sul ruolo simbolico del ritratto come strumento di celebrazione pubblica.
Nel Quattrocento, l’uso della maschera funebre non era prassi comune. La maggior parte delle effigi dei defunti veniva idealizzata secondo canoni estetici e simbolici. Tuttavia, la cultura umanista inizia a rivalutare la centralità dell’individuo, anche nei suoi tratti somatici. Da qui la progressiva attenzione verso la rappresentazione fisiognomica. La maschera di Brunelleschi assume così un significato ulteriore: è una testimonianza della nuova sensibilità rinascimentale verso l'individuo come soggetto storico e irripetibile. Inoltre, il materiale scelto — la cera — richiama l’idea di immediatezza, fragilità e autenticità.
L’operazione del Buggiano è anche un gesto di filiazione artistica e affettiva: egli, cresciuto accanto a Brunelleschi, ne tramanda il volto con lo stesso rigore con cui altri allievi trasmettevano gli insegnamenti pittorici o architettonici.
Bibliografia essenziale
R. Bartolini, La scultura a Firenze nel primo Rinascimento, Edifir, Firenze, 2009
F. Caglioti, Il ritratto del Rinascimento. Storia e fortuna, Skira, Milano, 2021
M. Haines, Brunelleschi e la costruzione della memoria, Mandragora, Firenze, 2013
1) Il busto marmoreo di Filippo Brunelleschi, oggi conservato nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, viene tradizionalmente attribuito a Giovanni Bandini, detto anche Giovanni dell’Opera, attivo tra il 1540 e il 1599. Il volto, solenne e composto, riprende le caratteristiche della maschera funebre eseguita dal Buggiano subito dopo la morte di Brunelleschi nel 1446. Le linee del viso sono asciutte, lo sguardo fisso, il modellato dei tratti è attento ma leggermente addolcito, tanto da far ipotizzare a qualcuno una datazione leggermente anteriore, in linea con la maniera di Andrea Sansovino. L’opera si inserisce in un’edicola marmorea attribuita con certezza allo stesso Bandini. Il busto celebra l’architetto della cupola del Duomo in modo ufficiale, secondo un gusto cinquecentesco che mira a restituire dignità classica e decoro al volto del grande costruttore. Realizzato in marmo bianco, misura 44 cm di altezza per 52 cm di larghezza.
Raffigura Galatea su un ippocampo e proviene da una bottega romana.
È una statua romana, inizialmente interpretata come Dioniso, poi riconosciuta come lampadario usato durante i banchetti romani.
Il saluto romano quotidiano come gesto formale deriva da rappresentazioni cinematografiche e ha trovato terreno fertile nella propaganda fascista.
Giambologna, Venere inginocchiata, 1560 ca., questo bozzetto in terracotta è al Museo Horne. È uno studio per un bronzetto situato al Bargello.