Il Porcellino di Bronzo
Hans Christian Andersen
Hans Christian Andersen nasce a Odense, città sull'isola di Fionia (Fyn, Danimarca), il giorno 2 aprile 1805. Trascorre un'infanzia piuttosto travagliata nei quartieri più poveri della sua città natale, insieme al padre Hans, di professione calzolaio, e alla madre Anne Marie Andersdatter, 15 anni più anziana del marito.
Nella città di Firenze, non lontano da piazza del Granduca, corre una piccola strada traversa; credo si chiami Porta Rossa. In essa, davanti a una specie di bazar dove si vende verdura, si trova un porcellino di bronzo, lavorato con arte e con grande perizia; dalla bocca dell’animale sgorga un’acqua fresca e limpida.
Per la vecchiaia esso è divenuto tutto neroverdastro; soltanto il grugno risplende, come se fosse lucidato a specchio, e lo è davvero, per le molte centinaia di bambini e di povera gente che lo prendono con le mani e accostano la bocca a quella dell’animale per bere. È un quadro compiuto vedere quella bestia ben modellata abbracciata da un bel ragazzo mezzo nudo, che posa la sua fresca bocca sul suo grugno.
Chiunque venga a Firenze trova certamente il luogo: non ha che da chiedere al primo mendicante che incontra del porcellino di bronzo, e lo troverà.
Era una tarda sera d’inverno. I monti erano coperti di neve, ma splendeva la luna; e il chiaro di luna in Italia dà una luce pari a quella di un cupo giorno d’inverno nel Settentrione, anzi migliore; poiché lì l’aria risplende, l’aria solleva l’animo, mentre nel Nord il freddo tetto grigio di piombo ci schiaccia verso terra, verso la fredda, umida terra che un giorno dovrà schiacciare la nostra bara.
Là, nel giardino del palazzo del duca, sotto il tetto dei pini, dove in inverno fioriscono mille rose, era stato seduto tutto il giorno un ragazzino cencioso, un ragazzo che avrebbe potuto essere l’immagine stessa dell’Italia, tanto era bello, sorridente, e insieme tanto sofferente. Aveva fame e sete; nessuno gli aveva dato un soldo; e quando si fece buio e il giardino dovette chiudersi, il custode lo cacciò via. A lungo egli rimase a sognare sul ponte sopra l’Arno, guardando le stelle che scintillavano nell’acqua tra lui e il magnifico ponte di marmo.
Prese la via del porcellino di bronzo, si inginocchiò mezzo a terra, gli gettò le braccia intorno al collo, accostò la piccola bocca al lucido grugno e bevve a grandi sorsi l’acqua fresca. Là vicino giacevano alcune foglie d’insalata e un paio di castagne: quella fu la sua cena. Non c’era anima viva per strada; egli era del tutto solo. Si sedette sul dorso del porcellino, si chinò in avanti, così che la sua piccola testa ricciuta riposava sull’animale, e prima ancora di accorgersene, si addormentò.
Era mezzanotte. Il porcellino di bronzo si mosse; egli udì che diceva, distintamente:
«Tu, piccolo ragazzo, tieniti forte, perché adesso corro!»
E allora corse con lui; fu una cavalcata singolare.
Anzitutto giunsero in piazza del Granduca; e il cavallo di bronzo che portava la statua del duca nitrì forte; gli stemmi variopinti sul vecchio palazzo del municipio splendettero come immagini trasparenti, e il David di Michelangelo agitò la sua fionda. Era una vita meravigliosa quella che si metteva in moto! I gruppi di bronzo con Perseo e con il Ratto delle Sabine stavano soltanto troppo vivi; un grido mortale si levò da loro sulla splendida piazza solitaria.
Davanti al palazzo degli Uffizi, sotto il porticato dove la nobiltà si raccoglie per la gioia del carnevale, il porcellino di bronzo si fermò.
«Tienti forte!» disse l’animale. «Tienti forte, perché adesso si sale le scale!»
Il piccolo non disse ancora parola; tremava a metà, a metà era beato.
Entrarono in una lunga galleria; egli la conosceva bene, c’era già stato prima. Le pareti splendevano di dipinti; là stavano statue e busti, tutto nella più bella luce, come se fosse giorno; ma il massimo splendore fu quando si aprì la porta di una delle stanze laterali. Sì, quella magnificenza il piccolo la ricordava; eppure in quella notte tutto era nel suo più perfetto fulgore.
Là stava una donna nuda, divina, bella come soltanto la natura e il più grande maestro del marmo possono creare. Muoveva le belle membra; ai suoi piedi balzavano delfini; l’immortalità brillava nel suo sguardo. Il mondo la chiama la Venere Medicea. Da ciascun lato di lei risplendevano statue di marmo, uomini bellissimi; uno affilava la spada, e lo si chiama l’Arrotino; i Gladiatori lottanti formavano l’altro gruppo: la spada veniva affilata, i lottatori si contendevano per la dea della bellezza.
Il ragazzo era quasi abbagliato da tutto quello splendore; le pareti irradiavano colori, e tutto era vita e movimento. Raddoppiata appariva l’immagine di Venere, la Venere terrena, così opulenta e ardente come l’aveva vista Tiziano. Due immagini di donne stupende; le belle membra scoperte si distendevano su morbidi cuscini, il petto si sollevava e la testa si muoveva, sì che le ricche chiome cadevano sulle spalle tonde, mentre gli occhi scuri esprimevano pensieri infuocati; ma nessuna di tutte quelle immagini osava tuttavia uscire del tutto dalla cornice. La dea della bellezza stessa, i gladiatori e l’arrotino rimasero al loro posto, poiché l’aureola che splendeva dalla Madonna, da Gesù e da Giovanni li teneva legati. Le sacre immagini non erano più immagini: erano i santi stessi.
Quale splendore e quale bellezza, di sala in sala! E il piccolo li vide tutti; poiché il porcellino di bronzo procedeva passo dopo passo attraverso tutto quel fasto e quella magnificenza. Una visione ne scacciava un’altra; un solo dipinto però gli si fissò davvero nel pensiero, e soprattutto per i bambini lieti e felici che vi erano raffigurati; il piccolo, una volta, in pieno giorno, aveva già fatto loro un cenno col capo.
Molti passano certamente oltre quel quadro senza dargli importanza, eppure esso racchiude un tesoro di poesia. È Cristo che discende agli inferi, ma attorno a lui non si vedono i tormentati; no, sono i pagani. Il fiorentino Agnolo Bronzino ha dipinto quel quadro. Soprattutto meravigliosa è l’espressione della certezza dei bambini di andare in Paradiso; due piccoli già si abbracciano, uno tende la mano a un altro più in basso e indica se stesso, come se dicesse: «Io andrò in Paradiso!» Tutti i più grandi stanno incerti, speranzosi, oppure si inchinano umilmente, pregando il Signore Gesù.
Davanti a quel quadro il ragazzo rimase più a lungo che davanti a ogni altro; il porcellino di bronzo sostò quieto davanti a esso. Si udì un lieve sospiro: veniva dal quadro o dal petto dell’animale? Il ragazzo levò la mano verso i bambini sorridenti; ma allora l’animale si slanciò via con lui, via attraverso l’atrio aperto.
«Grazie e benedizione a te, bellissimo animale!» disse il piccolo ragazzo, e accarezzò il porcellino di bronzo, che bum, bum! saltò giù per le scale con lui.
«Grazie e benedizione a te stesso!» disse il porcellino di bronzo. «Io ho aiutato te e tu hai aiutato me; poiché solo con un bambino innocente sul mio dorso acquisto la forza di correre! Sì, vedi, oso perfino passare sotto il raggio della lampada davanti all’immagine della Madonna. Posso portarti ovunque, ma non dentro la chiesa! Fuori di essa, quando tu sei con me, posso guardare attraverso la porta aperta. Non scendere dal mio dorso; se lo fai, cadrò morto, come mi vedi esserlo di giorno nella via di Porta Rossa!»
«Resterò con te, mio benedetto animale!» disse il piccolo; e allora il porcellino si lanciò sibilando per le strade di Firenze, fino alla piazza davanti alla chiesa di Santa Croce. Il grande portale si spalancò; le luci irradiavano dall’altare, attraverso la chiesa, fin sulla piazza solitaria.
Uno strano bagliore usciva da un monumento funebre nella navata sinistra; mille stelle mobili formavano come un’aureola intorno a esso. Uno stemma risplendeva sulla tomba, una scala rossa in campo azzurro; pareva ardere come fuoco. Era la tomba di Galileo. È un semplice monumento, ma la scala rossa in campo azzurro è un emblema significativo: è come se fosse l’arte stessa, poiché qui la via sale sempre per una scala ardente, ma verso il Cielo. Tutti i profeti dello spirito salgono al Cielo, come il profeta Elia.
Nella navata di destra, ogni statua sopra i ricchi sarcofagi sembrava aver ricevuto vita. Là stava Michelangelo; là Dante con la corona d’alloro sulla fronte; Alfieri, Machiavelli: fianco a fianco riposano qui questi grandi uomini, orgoglio d’Italia. È una chiesa magnifica, molto più bella, anche se non così grande, della cattedrale di marmo di Firenze.
Pareva che i panneggi marmorei si muovessero, come se le grandi figure alzassero ancora di più il capo e guardassero nella notte, tra canto e suono, verso l’altare variopinto e splendente, dove ragazzi vestiti di bianco agitavano turiboli d’oro; il forte profumo usciva dalla chiesa sulla piazza aperta.
Il ragazzo tese la mano verso quel chiarore, e nello stesso istante il porcellino di bronzo partì; egli dovette stringersi forte ad esso. Il vento sibilava intorno alle sue orecchie; udì il portale della chiesa cigolare sui cardini mentre si chiudeva; e nello stesso momento gli parve che la coscienza lo abbandonasse; sentì un freddo gelido — e aprì gli occhi.
Era mattina. Egli sedeva, mezzo scivolato giù dal porcellino di bronzo, che stava là dove sempre soleva stare, nella via di Porta Rossa.
Paura e angoscia riempirono il ragazzo al pensiero di colei che chiamava madre, lei che il giorno prima lo aveva mandato fuori dicendogli che doveva procurare denaro. Non ne aveva; era affamato e assetato. Ancora una volta cinse il collo del porcellino, lo baciò sul grugno, gli fece un cenno col capo, e poi si mise in cammino verso una delle strade più strette, larga appena quanto basta per un asino ben carico. Una grande porta ferrata era socchiusa; egli salì per una scala di muratura, con muri sudici e una corda liscia al posto del corrimano, e arrivò a una galleria aperta, da cui pendevano stracci. Da lì una scala portava nel cortile, dove dal pozzo salivano grandi fili di ferro fino a tutti i piani della casa; un secchio d’acqua ondeggiava accanto all’altro, mentre la carrucola strideva e i secchi danzavano nell’aria, così che l’acqua scrosciava giù nel cortile. Ancora salì per una scala di muratura, cadente. Due marinai — erano russi — scesero allegramente, e quasi fecero cadere il povero ragazzo. Tornavano dai loro divertimenti notturni. Li seguiva una donna non più giovane, ma robusta, con forti capelli neri.
«Che cosa hai portato a casa?» disse al ragazzo.
«Non adirarti!» supplicò lui. «Non ho avuto nulla, proprio nulla!»
E si aggrappò alla veste della madre, come per baciarla. Entrarono nella stanza. Non la descriveremo; basti dire che vi era un braciere a manico con brace accesa, marito, come lo chiamano; ella lo prese sul braccio, si scaldò le dita e spinse il ragazzo col gomito.
«Altro che, tu hai dei soldi!» disse.
Il bambino pianse; ella gli diede un calcio; egli si mise a lamentarsi forte.
«Vuoi tacere, o ti spacco quella testa urlante!» disse lei, e sollevò il braciere che teneva in mano. Il ragazzo si buttò a terra con un grido. In quel momento entrò dalla porta la vicina, anch’essa con il suo marito sul braccio.
«Felicita! Che fai al bambino?»
«Il bambino è mio!» rispose Felicita. «Posso ammazzarlo, se voglio — e anche te, Gianina!»
E agitò il suo braciere; l’altra levò il proprio per parare, e i due recipienti si urtarono, sì che i cocci, il fuoco e la cenere volarono per la stanza.
Ma il ragazzo, in quello stesso istante, era già fuori della porta, oltre il cortile e fuori della casa. Il povero bambino corse finché non riuscì più a trarre fiato; si fermò presso la chiesa di Santa Croce, la chiesa il cui grande portale la notte precedente si era aperto per lui, ed entrò. Tutto splendeva. Si inginocchiò presso la prima tomba a destra; era quella di Michelangelo; e presto singhiozzò forte. La gente andava e veniva, si celebrava la messa; nessuno si curava del ragazzo. Soltanto un cittadino anziano si fermò, lo guardò e poi se ne andò come gli altri.
Fame e sete tormentavano il piccolo; era del tutto sfinito e malato. Strisciò fino all’angolo tra il muro e il monumento di marmo e si addormentò. Era verso sera quando si ridestò, perché qualcuno lo scuoteva; balzò in piedi, e lo stesso vecchio cittadino gli stava davanti.
«Sei malato? Dove abiti? Sei stato qui tutto il giorno?» furono alcune delle molte domande che il vecchio gli rivolse. Ebbero risposta, e il vecchio lo portò con sé in una casetta lì vicino, in una delle strade laterali. Era una bottega di guantaio. Entrarono. La moglie sedeva industriosamente a cucire, quando arrivarono. Un piccolo cane bianco bolognese, tosato così corto che si vedeva la pelle rosea, saltò sul tavolo e poi verso il piccolo ragazzo.
«Le anime innocenti si riconoscono tra loro», disse la donna, accarezzando il cane e il bambino.
Il piccolo ebbe da mangiare e da bere da quella buona gente, e gli dissero che poteva restare lì per la notte; l’indomani padre Giuseppe avrebbe parlato con sua madre. Gli diedero un povero lettuccio; ma per lui era fastoso come un letto regale, lui che spesso aveva dovuto dormire sul duro pavimento di pietra. Dormì così bene, e sognò i ricchi dipinti e il porcellino di bronzo.
Padre Giuseppe uscì il mattino seguente, e il povero bambino non ne fu contento, perché sapeva che quella visita era per ricondurlo da sua madre; e pianse e baciò il piccolo cane grazioso, mentre la donna faceva cenno del capo a entrambi.
E quale notizia portò padre Giuseppe! Egli parlò molto con sua moglie, e lei annuì e accarezzò il ragazzo.
«È un bambino incantevole!» disse. «Potrà diventare un bel guantaio, proprio come eri tu! E che dita ha, fini e flessibili! La Madonna ha stabilito che debba fare il guantaio!»
E il ragazzo rimase in quella casa, e la donna stessa gli insegnò a cucire. Mangiava bene, dormiva bene, divenne allegro e cominciò a canzonare Bellissima: così si chiamava il piccolo cane. La donna lo minacciava col dito, lo sgridava e si adirava, e ciò andò al cuore del ragazzo. Pensieroso sedeva nella sua cameretta, che dava sulla strada; lì dentro si conciavano le pelli; grosse sbarre di ferro erano alle finestre. Egli non riusciva a dormire: aveva in mente il porcellino di bronzo, e improvvisamente udì fuori: «Ciac, ciac!» Sì, era certamente lui! Balzò alla finestra, ma non si vide nulla: tutto era già finito.
«Aiuta il signore a portare la sua cassetta dei colori!» disse la padrona il mattino seguente al ragazzo, mentre il giovane vicino, il pittore, arrivava trascinando proprio quella e anche una grande tela arrotolata. Il bambino prese la cassetta, seguì il pittore, e andarono verso la galleria, salirono per la stessa scala che egli conosceva bene da quella notte in cui cavalcava il porcellino di bronzo. Riconobbe le statue e i quadri, la bella Venere di marmo e coloro che vivevano nei colori; rivide la Madre di Dio, Gesù e Giovanni.
Ora si fermarono davanti al quadro di Bronzino, in cui Cristo discende agli inferi e i bambini intorno sorridono nella dolce certezza del Paradiso; e anche il povero bambino sorrise, perché lì egli era nel suo cielo.
«Sì, adesso va’ pure a casa!» gli disse il pittore, quando già era rimasto tanto a lungo che quello aveva ormai piantato il cavalletto.
«Posso vedervi dipingere?» chiese il ragazzo. «Posso vedere come fate a mettere questo quadro qui sopra quel pezzo bianco?»
«Io adesso non dipingo!» rispose l’uomo, e prese fuori il suo carboncino nero. Rapidamente la mano si mosse, l’occhio misurò il grande dipinto, e benché non venisse fuori che una linea sottile, Cristo tuttavia apparve sospeso, proprio come nel quadro colorato.
«Ma adesso va’ via!» disse il pittore. E il ragazzo tornò a casa in silenzio, si sedette sul tavolo e imparò a cucire guanti.
Ma per tutto il giorno i suoi pensieri furono nella sala dei quadri, e perciò si punse le dita, si muoveva goffamente; però non tormentò neppure Bellissima. Quando venne sera e la porta di strada era ancora aperta, egli sgusciò fuori. Faceva freddo, ma c’era un chiaro di stelle così bello e puro. Camminò per le strade già tranquille, e presto si trovò davanti al porcellino di bronzo. Si chinò su di lui, gli baciò il lucido grugno, e si mise a sedere sul suo dorso.
«Tu, animale benedetto», disse, «quanto ho sentito la tua mancanza! Stanotte dobbiamo fare una cavalcata.»
Il porcellino di bronzo rimase immobile, e il getto fresco zampillava dalla sua bocca. Il piccolo sedeva come un cavaliere, quando qualcuno gli tirò i vestiti. Guardò di lato: era Bellissima, la piccola Bellissima rasata. Il cane era scivolato fuori di casa e aveva seguito il bambino senza che lui se ne accorgesse. Bellissima abbaiava, come se volesse dire: vedi, ci sono anch’io; perché ti siedi qui? Nessun drago fiammeggiante avrebbe potuto spaventare il ragazzo più di quel piccolo cane in quel luogo. Bellissima per strada, e per di più senza essere vestita, come la vecchia madre chiamava la cosa: che ne sarebbe stato? Il cane non veniva mai portato fuori d’inverno, senza che lo si rivestisse di una piccola pelle di pecora, tagliata e cucita per lui. La pelle poteva essere legata attorno al collo con un nastro rosso, con tanto di fiocco e campanellino; e veniva pure allacciata sotto il ventre. Il cane sembrava quasi un capretto quando, in quell’abito invernale, gli era concesso uscire trotterellando con la Signora.
Bellissima era con lui e non era vestita: che ne sarebbe stato? Tutte le fantasie erano svanite. Egli tuttavia baciò il porcellino di bronzo, prese Bellissima in braccio — l’animaletto tremava per il freddo — e quindi si mise a correre più forte che poté.
«Che cosa porti lì?» gridarono due gendarmi che incontrò, e Bellissima abbaiò.
«Dove hai rubato quel bel cane?» gli chiesero, e glielo tolsero.
«Oh, ridatemelo!» pianse il ragazzo.
«Se non l’hai rubato, allora di’ a casa che il cane può essere ritirato alla guardia», e gli dissero il luogo, poi se ne andarono con Bellissima.
Fu un dolore e una miseria indicibili. Egli non sapeva se gettarsi nell’Arno o tornare a casa e confessare tutto. L’avrebbero certo ammazzato, pensava. «Ma io voglio anche essere ammazzato; voglio morire, così andrò da Gesù e dalla Madonna!» E tornò a casa, soprattutto per essere ammazzato.
La porta era chiusa. Non arrivava al battente; non c’era nessuno in strada, ma una pietra era allentata, e con quella bussò forte.
«Chi è?» gridarono da dentro.
«Sono io!» disse lui. «Bellissima è sparita! Apritemi, e poi ammazzatemi pure!»
Ci fu uno spavento generale, soprattutto nella padrona, per la povera Bellissima. Ella guardò subito verso il muro, dove doveva pendere il drappeggio del cane: la piccola pelle di pecora era ancora lì.
«Bellissima alla guardia!» gridò a gran voce. «Cattivo ragazzo! Come l’hai fatto uscire? Morirà di freddo! La creaturina delicata in mezzo a quei soldati rozzi!»
E il padrone dovette partire immediatamente. La donna si lamentava e il ragazzo piangeva; tutta la gente della casa si raccolse, e con loro anche il pittore. Egli prese il ragazzo fra le ginocchia, lo interrogò; e a pezzi e bocconi venne fuori tutta la storia del porcellino di bronzo e della galleria. Non era facile capirla. Il pittore consolò il piccolo, parlò in suo favore alla vecchia, ma lei non si calmò davvero finché il padrone non tornò con Bellissima, che era stata tra i soldati. Allora ci fu grande gioia; e il pittore accarezzò il povero ragazzo e gli diede una manciata di fogli disegnati.
Oh, erano meravigliosi! Teste comiche! Ma soprattutto c’era il porcellino di bronzo, vivo come la vita stessa. Oh, nulla poteva essere più splendido! Con un paio di tratti stava lì sul foglio, e anche la casa dietro di lui era appena accennata.
«Se solo si potesse disegnare e dipingere! Allora si potrebbe avere il mondo intero con sé!»
Il giorno seguente, nel primo momento di solitudine, il piccolo afferrò la matita, e sul lato bianco di uno dei fogli provò a rifare il disegno del porcellino di bronzo. E ci riuscì! Un po’ storto, un po’ su e giù, una gamba grossa, un’altra sottile; ma si capiva, e lui stesso ne esultò. Solo, la matita non voleva proprio andare diritta come doveva, e questo lo notava bene. Ma il giorno dopo stava lì un secondo porcellino di bronzo accanto al primo, ed era cento volte migliore; il terzo era così buono che chiunque avrebbe potuto riconoscerlo.
Ma la cucitura dei guanti andava male; le commissioni in città andavano a rilento; poiché il porcellino di bronzo gli aveva ormai insegnato che tutte le immagini si possono trasportare sulla carta, e la città di Firenze è un intero libro d’immagini, se si vuole sfogliarlo. In piazza Santa Trinita si leva una snella colonna, e in cima a essa sta la dea della Giustizia con gli occhi bendati e la bilancia; ben presto ella fu sulla carta, ed era il piccolo ragazzo del guantaio che l’aveva messa lì.
La raccolta dei disegni cresceva; ma tutto ciò che vi era dentro erano ancora cose morte. Allora un giorno Bellissima gli saltò davanti.
«Stai ferma!» disse lui. «Così diventerai bellissima e verrai nei miei disegni!»
Ma Bellissima non voleva stare ferma; dovette dunque essere legata. Le legò la testa e la coda; il cane abbaiava e saltava, la cordicella dovette essere stretta. In quel momento giunse la Signora.
«Ragazzo empio! Povera bestiola!» fu tutto ciò che riuscì a dire; e spinse via il ragazzo, lo colpì col piede, lo cacciò fuori di casa. Lui era il più ingrato dei miserabili, il più empio dei ragazzi! E piangendo baciò la sua piccola Bellissima, mezza soffocata.
In quello stesso momento il pittore saliva le scale e — qui è il punto di svolta della storia.
Nel 1834, all’Accademia delle Arti di Firenze, vi fu una mostra; due quadri, collocati l’uno accanto all’altro, raccoglievano una folla di spettatori. Nel più piccolo era rappresentato un ragazzino allegro che sedeva a disegnare; gli faceva da modello un piccolo carlino bianco, tosato fitto, ma l’animale non voleva stare fermo e perciò era stato legato con lo spago, sia alla testa sia alla coda. C’era in quel dipinto una vita e una verità che dovevano colpire chiunque.
Il pittore era, si raccontava, un giovane fiorentino trovato da piccolo per strada, allevato da un vecchio guantaio; aveva imparato da solo a disegnare; un pittore ormai celebre aveva scoperto quel talento, proprio quando il ragazzo stava per essere cacciato via perché aveva legato la favorita della padrona, il piccolo carlino, e l’aveva presa come modello.
Il ragazzo del guantaio era diventato un grande pittore: lo mostrava quel quadro, ma lo mostrava ancor più il grande accanto. Qui c’era una sola figura: un bellissimo ragazzo cencioso, che sedeva addormentato per strada, reclinato contro il porcellino di bronzo nella via di Porta Rossa. Tutti gli spettatori riconoscevano il luogo. Le braccia del bambino riposavano sulla testa del porcellino; il piccolo dormiva così tranquillo, e la lampada davanti all’immagine della Madonna gettava una forte luce sul volto pallido e meraviglioso del fanciullo. Era un dipinto magnifico. Una grande cornice dorata lo cingeva, e all’angolo della cornice pendeva una corona d’alloro; ma tra le foglie verdi si avvolgeva un nastro nero, e un lungo velo di lutto scendeva da esso.
Il giovane artista, in quei giorni, era morto.
Targa sopra la statua del Porcellino al Mercato Nuovo.
La targa lo ricorda così:
“Qui ebbe origine la fiaba / “Il porcellino” / scritto dal noto novelliere danese / Hans Christian Andersen (1805-1875) / che amò Firenze dove più volte soggiornò / definendo la nostra città / “Un intero libro illustrato”. / Il Comune pose / a memoria dei 200 anni dalla nascita”.
Una giovane di bellezza leggendaria e un pittore alla ricerca di un volto ideale: dove finisce la storia e dove comincia il mito?
Un giovane nobile annega al Giardino dei Semplici. Sospetti e pettegolezzi si moltiplicano, ma la verità resta sommersa.
Da Gnicche che ammazza un povero contadino al tentativo di fuga che causerà la sua morte.
Modello fondamentale per tutte le accademie fino alla prima metà dell'Ottocento.