Ombre e splendori di di due personaggi, Francesco I e Bianca Cappello, calza alla perfezione perché la loro storia vive proprio di contrasti: potere e desiderio, laboratorio e corte, devozione dinastica e scandalo pubblico, fino a una morte doppia che ancora oggi divide gli studiosi.
Francesco I de’ Medici nacque a Firenze il 25 marzo 1541 e fu secondo granduca di Toscana dal 1574 al 1587. La sua figura, già nelle ricostruzioni biografiche più autorevoli, appare segnata da una tensione continua fra la “veste pubblica” e un temperamento introverso, attratto dalle curiosità naturali e dalle “anticaglie”, cioè dall’idea di collezionare, studiare, sperimentare. Non è un dettaglio di colore: quell’inclinazione spiega una parte dello “splendore” mediceo di fine Cinquecento. Si ricorda Francesco come studioso appassionato di chimica e meccanica, continuatore del mecenatismo di famiglia e primo a collocare stabilmente la collezione medicea di dipinti negli Uffizi, trasformando un edificio di governo in un dispositivo di prestigio culturale.
L’ombra, però, corre parallela alla luce. La corte fiorentina del tempo è un teatro dove le passioni private diventano immediatamente fatti politici; e qui entra Bianca Cappello. Nata a Venezia nel 1548, figlia di Bartolomeo Cappello e Pellegrina Morosini, Bianca porta con sé un’origine aristocratica e una vicenda romanzesca già prima di incontrare davvero la potenza medicea: una fuga amorosa adolescente verso Firenze, un matrimonio riparatore celebrato il 12 dicembre 1563, e una fama che cresce fra gazzettieri, ambasciatori e maldicenze. Si racconta come Francesco, ancora principe reggente, la prenda “sotto protezione” e come la relazione, tollerata con imbarazzo e scandalo, continui nonostante la nascita di una figlia di Bianca e nonostante il matrimonio dinastico di Francesco con Giovanna d’Austria nel 1565. È qui che la storia smette di essere solo privata: una favorita non è mai soltanto una donna amata, perché accende rivalità interne, irrita alleanze esterne e minaccia, anche solo come possibilità, l’ordine della successione.
Quando Giovanna muore nel 1578, Francesco sceglie l’atto più destabilizzante e più rivelatore: sposa Bianca e la fa riconoscere ufficialmente, fino alla solenne incoronazione a Firenze nel 1579. Questo è lo “splendore” più ambiguo: trionfo di una passione contro le convenienze, ma anche vittoria fragile, perché conquistata dentro una famiglia che — secondo la tradizione storica e la memoria popolare — non la accetta davvero, a cominciare dal fratello di Francesco, Ferdinando, cardinale e futuro successore.
E poi arriva il finale che sembra scritto apposta per trasformarsi in leggenda. Francesco muore a Poggio a Caiano il 19 ottobre 1587 e Bianca il 20 ottobre 1587, a poche ore di distanza. Le fonti d’epoca parlarono di malaria, malattia diffusa nelle campagne toscane, qualcuno ricorda come proprio questa morte “quasi contemporanea” abbia alimentato il sospetto di avvelenamento ordinato da Ferdinando, sospetto diventato parte integrante del mito mediceo. Nel 2006, un articolo del BMJ firmato da tossicologi e storici della medicina ha rilanciato con forza la pista dell’arsenico, sostenendo che analisi su tessuti attribuiti ai due coniugi indicherebbero un’avvelenamento acuto, e che ciò contrasterebbe l’ipotesi malaria. Ma la storia non si è chiusa lì: una linea di ricerca paleopatologica ha proposto evidenze immunologiche della presenza di Plasmodium falciparum (la malaria più grave) in resti attribuiti a membri della famiglia Medici, inserendo la vicenda dentro un contesto ambientale realistico, fatto di cacce e soggiorni in aree paludose allora ad alto rischio.
Se l’amore fra Francesco e Bianca continua a colpire, è perché resta sospeso fra due letture entrambe plausibili: la parabola luminosa di un sentimento capace di scalzare protocolli e diplomazie, e la parabola oscura di una corte dove tutto ha un prezzo, persino il letto e la febbre. Nel mezzo, come una lama sottile, c’è il loro lascito culturale: la Firenze che Francesco contribuisce a modellare, più laboratorio che tribuna, più collezione che proclama; e la Bianca che, una volta salita al vertice, diventa simbolo di come il potere possa trasformare una persona in bersaglio, fino a rendere la sua fine non solo un evento, ma un enigma.
Da Gnicche che ammazza un povero contadino al tentativo di fuga che causerà la sua morte.
Celebrato dal Vasari come continuatore di Raffaello. Un artista fiorentini che non lascia in patria quasi traccia della propria arte.
Altro che sola umiltà, dietro l’addio di Francesco al suo Ordine ci sono scontri, politica e una grande delusione.
Le sue parole e descrizioni trasmettono l'amore e la connessione profonda che aveva con Firenze, grigia e semplice. Essenziale e indispensabile.