Sulle strade di Francesco

Sulle strade di Francesco: quando la Toscana gli cambiò la vita (e lui cambiò la sua).
All’inizio del Duecento la Toscana non è ancora quella dei borghi romantici e degli agriturismi: è una terra di città in guerra, castelli feudali, boschi fittissimi. È dentro questo paesaggio inquieto che, tra 1211 e 1226, passa più volte un uomo magro, vestito di ruvido saio, che si fa chiamare semplicemente frate Francesco. Non lascia dietro di sé solo prediche: lascia luoghi precisi, datati, che ancora oggi si possono toccare con mano.

1211 – Cortona e l’Eremo delle Celle: l’inizio toscano.
Uno dei primi approdi toscani di Francesco è Cortona, in Valdichiana. Siamo intorno al 1211: qui un giovane nobile, Guido Vagnottelli, colpito dalla predicazione del frate umbro, gli dona una stretta valle rocciosa appena fuori città. Francesco si innamora di quel posto: muretti a secco, il rumore di un torrente, una quiete quasi dura. Nasce così l’Eremo delle Celle, che lui stesso contribuisce a costruire con i compagni, ricavando piccole “celle” nella roccia. Diventa il primo vero insediamento francescano in Toscana. Quell’eremo non resta un episodio: Francesco vi tornerà più volte, e qui – secondo la tradizione – passerà anche alcune settimane del 1226, ormai malato, prima di rientrare verso l’Umbria. Le Celle sono il lato nascosto di Francesco: non il predicatore di piazza, ma l’uomo che ha bisogno di silenzio, pietra e vento.

1213–1218 – Montecasale, Cerbaiolo e il dono di una montagna.
Pochi anni dopo, tra 1213 e 1216, Francesco risale ancora la Toscana orientale. In Valtiberina si ferma all’Eremo di Montecasale, sopra l’attuale Sansepolcro: in origine è un piccolo monastero camaldolese, che viene affidato ai frati minori. Qui accade una delle storie più famose dei Fioretti: quella dei tre briganti che chiedono del pane, vengono trattati male dai frati, e poi – dopo il rimprovero dolce ma fermo di Francesco – finiscono per convertirsi proprio perché qualcuno li ha presi sul serio e li ha accolti. Nello stesso periodo, più a nord, un altro eremo entra nella costellazione francescana: Cerbaiolo, sopra Pieve Santo Stefano. È un monastero aggrappato alla roccia che viene donato a Francesco attorno al 1216; lui lo trasforma in una piccola “Verna in miniatura”, luogo di ritiro e preghiera.

E lì vicino, sempre nel 1213, accade un incontro che cambierà tutto: a San Leo, in Romagna, il conte Orlando Catani di Chiusi in Casentino ascolta Francesco predicare e, colpito, decide di regalargli un pezzo di montagna: il Monte della Verna. All’epoca dev’essere sembrato un dono strano: che se ne fa un frate di una rupe scoscesa, coperta di faggi e nebbia? E invece è proprio lì che la storia prende una piega definitiva.

1224 – La Verna: il crinale dove il Vangelo diventa carne.
Saltiamo al 1224. Francesco ha poco più di quarant’anni, è stanco, malato, quasi cieco. Eppure sceglie ancora una volta la Toscana per il suo grande ritiro: risale il Casentino e si chiude sul Monte della Verna, “tra Tevere e Arno”, come ricorderà anche Dante. Tra agosto e settembre 1224, in quella quaresima dedicata a San Michele, chiede solo una cosa: sentire sulla propria pelle l’amore di Cristo. Il 17 settembre 1224, nella solitudine dei faggi, mentre prega in una piccola cella di legno, secondo le fonti appare un serafino crocifisso e sul corpo di Francesco compaiono le stimmate: mani, piedi e costato segnati dalle ferite della croce. Da quel giorno La Verna non è più solo un eremo: diventa uno dei fulcri del francescanesimo. Il santuario che oggi vediamo – cappella delle Stimmate, basilica, corridoi coperti – nasce tutto da quell’estate del 1224. E c’è un dettaglio bellissimo, quasi cinematografico: quando Francesco mette piede per la prima volta su quel monte, anni prima, gli uccelli lo avvolgono in un frastuono di canti, come a far festa. Lui lo interpreta come un sì del Cielo. In fondo, tutta la sua vita toscana è racchiusa in questa scena: un uomo povero, un monte donato, e una natura che sembra rispondere.

Autunno 1224 – Montauto: il saio lasciato in dono. 
Quando, dopo le stimmate, Francesco scende dalla Verna nell’autunno del 1224, è esausto. Si ferma al castello di Montauto, sopra Anghiari, ospite del conte Alberto. Qui compie un gesto piccolo ma potentissimo: si toglie il saio – logoro, macchiato di sangue – e lo lascia al conte come ricordo, accettando in cambio una veste nuova. Quel saio, custodito per secoli, oggi è esposto proprio alla Verna come reliquia. In pratica, la Toscana diventa il luogo in cui Francesco non solo riceve i segni della Passione, ma consegna qualcosa di sé al mondo: un pezzo del proprio corpo sofferente, ma anche la sua povertà radicale.

Le città: Arezzo, Firenze, Siena.
Non ci sono solo boschi e dirupi nel rapporto tra Francesco e la Toscana.
- Ad Arezzo, nei primi anni Venti del Duecento, la tradizione racconta l’episodio dei demoni che aleggiano sulla città fomentando la guerra civile: Francesco prega fuori dalle mura, manda frate Silvestro a comandare loro di andarsene, e la pace torna. Non è un racconto “turistico”: è il modo in cui gli aretini spiegano la nascita della successiva Basilica di San Francesco, che ancora oggi porta il suo nome.
- A Firenze, verso il 1217, Francesco passa e predica. Non si ferma a lungo, ma il ricordo è così forte che, pochi decenni dopo, i frati costruiscono Santa Croce, la grande chiesa francescana dove la città sepolcrerà i suoi “grandi”.
- A Siena, infine, la storia si fa intima. È la primavera del 1226: Francesco arriva malato, quasi cieco, per farsi curare. Ha una grave crisi, pensa di morire e detta ai frati un breve testo, il cosiddetto “Testamento di Siena”. Poi si riprende, abbastanza da riprendere la strada verso Assisi. Ma da allora Siena si sente legata a lui: a fine 1226 i frati vi fondano un convento, e nel giro di pochi anni nasce la grande Basilica di San Francesco. Sono tutte tessere dello stesso mosaico: le città dove si litiga, si commercia, si vota vengono toccate da un uomo che non ha nulla, e per questo può permettersi di dire la verità a tutti.

1226 – La Toscana come soglia
Nel 1226, l’ultimo anno, la Toscana diventa per Francesco una soglia. Da un lato c’è il ricordo della Verna e delle stimmate, dell’eremo delle Celle dove si ferma ancora, degli amici che lo accolgono nei castelli e negli ospedali. Dall’altro c’è Assisi che lo aspetta per l’ultima volta.
Se seguiamo il filo delle date – 1211 Cortona, 1213–1216 Montecasale, Cerbaiolo, dono della Verna; 1224 stimmate; 1224 Montauto; 1226 Siena e di nuovo Cortona – vediamo che la Toscana non è una parentesi, ma la spina dorsale degli ultimi quindici anni di vita di Francesco. È qui che si definisce l’immagine che abbiamo di lui: l’uomo che parla agli uccelli, che riceve le stimmate su una rupe, che disarma i violenti senza alzare un dito, che accetta la malattia senza smettere di camminare. Come tenere insieme passione e precisione.

la Toscana di Francesco non è solo un itinerario spirituale; è una mappa concreta fatta di nomi e anni. 
- Cortona, Eremo delle Celle – 1211, 1226
- Montecasale – 1213 circa
- Cerbaiolo – 1216 circa
- La Verna – dono nel 1213, stimmate il 17 settembre 1224
- Montauto – autunno 1224
- Siena – primavera 1226

Dietro ogni data, però, c’è una scena viva: un nobile che regala una montagna, dei briganti che cambiano vita, un saio lasciato in dono, un testamento sussurrato in una stanza d’ospedale.
Francesco senza aureula.


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