Il “pugile fiorentino”: chi era, dove compare, perché gli diedero quel nomignolo.
Nel primo secolo di vita dell’Ordine dei Minori, quando Francesco d’Assisi (1181/1182–3 ottobre 1226) era appena scomparso e la fraternità stava diventando un’istituzione diffusa in tutta l’Europa, le fonti attestano l’esistenza di un frate laico che i contemporanei chiamavano “il pugile fiorentino”. Non si trattava di un atleta da arena, ma di un correttore fisico, un uomo di grande forza cui si affidavano, in casi estremi, le punizioni esemplari interne all’Ordine. La tradizione individua in lui fra Giovanni di Firenze (Iohannes de Florentia), soprannominato «pugile» proprio per la mole e per i compiti affidatigli. È una figura minore, e tuttavia eloquente, per capire come si governasse un ordine mendicante nel Duecento, quando rigore e misericordia dovevano convivere. Per collocare la scena, ricordiamo la cronologia: Francesco muore il 3 ottobre 1226 ed è canonizzato il 16 luglio 1228; negli anni successivi la giovane famiglia religiosa cresce rapidamente e affronta tensioni interne sul tema della disciplina e dell’obbedienza.
La prima testimonianza è di Tommaso da Celano, autore, tra il 1246 e il 1247, della cosiddetta Vita secunda (o Memoriale), una biografia che intendeva “mostrare ciò che il santissimo padre Francesco ha voluto per sé e per i suoi” e che oggi leggiamo in traduzione e in edizione critica. Nel capitolo dedicato alla maldicenza tra frati, Celano mette in bocca a Francesco un ordine perentorio al suo vicario: «Consegnalo nelle mani del pugile di Firenze, se tu personalmente non sei in grado di punirlo!», spiegando subito dopo che chiamava “pugile” frate Giovanni di Firenze, “uomo di alta statura e dotato di grande forza”. Il passo non lascia dubbi né sul soprannome né sulla funzione.
La redazione latina dello stesso luogo è nitida e memorabile: «Trude”, inquit, “eum in manu pugilis Florentini, si tu ipse punire non poteris! … Fratrem autem Ioannem de Florentia… pugilem appellabat». Il lessico (pugilis) è quello del combattente, ma il contesto è monastico: si tratta di consegnare il calunniatore a un correttore in carne e ossa, quando l’autorità superiore “non potrà punire di persona”. L’episodio, nella sua durezza, ci dice che la pena corporale, la disciplina, poteva essere invocata come rimedio alla “peste” della detrazione che minava la comunione fraterna.
Un secondo tassello arriva da Salimbene de Adam, cronista francescano che scrive tra il 1282 e il 1288. Parlando della cerchia di frate Elia da Cortona (ministro generale 1232–1239, deposto ed in seguito scomunicato da Gregorio IX), Salimbene ricorda un certo Giovanni “de Laudibus”, con ogni probabilità lo stesso frate identificato da Celano, e lo descrive senza indulgenza: «…qui frater laicus erat, durus et acer et tortor et pessimus carnifex; dabat enim disciplinas fratribus sine misericordia, ex praecepto Helyae». È un profilo che conferma la fama di «braccio forte» e lo aggancia all’entourage di Elia, in una fase in cui il governo dell’Ordine era divenuto oggetto di controversie aspre. Il richiamo a Elia è importante per contestualizzare. Discepolo di Francesco e figura di enorme peso nella costruzione della basilica di Assisi e nell’organizzazione dell’Ordine, Elia fu ministro generale dal 1232 al 1239; venne destituito nel 1239 e, dopo avere scelto il partito imperiale, incappò nella scomunica; morì a Cortona il 22 aprile 1253. Non stupisce che, agli occhi di un testimone critico come Salimbene, l’ambiente attorno a Elia venga dipinto con toni cupi, e che il “pugile” appaia come l’esecutore materiale di una disciplina senza sconti.
Che cosa ci dicono, insieme, Celano e Salimbene? Anzitutto che il soprannome non è un’invenzione tarda: la Vita secunda attesta il titolo già a metà degli anni 1240 e ne spiega la ragione fisica (“alta statura” e “grande forza”). Inoltre, il termine pugilis non va letto in senso sportivo: indica l’uomo incaricato di colpire—in senso letterale—per correggere chi avesse turbato gravemente la pace della fraternità. Infine, la Cronica mostra come, qualche decennio più tardi, la memoria del “pugile” fosse ormai legata alla stagione più controversa del governo eliano, con un giudizio morale molto severo sul suo operato (“pessimus carnifex”). In controluce, si vede la tensione costitutiva del primo francescanesimo: l’ideale evangelico della carità e dell’umiltà da un lato; dall’altro, l’esigenza concreta di governare un corpo numeroso di frati, arginando vizi e conflitti con strumenti che oggi percepiamo come durissimi.
Sul piano filologico, la tradizione del testo celaniano è oggi meglio chiarita: ciò che per lungo tempo si chiamò Vita secunda è il Memoriale in desiderio animae, di cui nel 2011 è uscita una editio critico-sinottica che ha messo a fuoco le redazioni e la trasmissione del testo. La cronologia di composizione 1246/1247 è confermata dalle introduzioni moderne; e la ricezione del passo del “pugile” nelle edizioni italiane correnti consente di citare agevolmente la formula «pugile di Firenze» che ricorre nella divulgazione odierna. Sono dettagli d’officina, ma spiegano perché la figura di fra Giovanni riemerga con nettezza tanto nelle letture scientifiche quanto in quelle divulgative.
Quanto al nome, lo stesso Salimbene scrive Iohannem… qui dicebatur de Laudibus: la resa italiana oscilla tra “delle Lodi” e “delle Laudi”. La prima traduce letteralmente il latino; la seconda stabilisce un’assonanza con l’ambiente devozionale delle laude trecentesche. Le fonti latine, però, non consentono di sciogliere definitivamente l’ambiguità onomastica; di certo, il Giovanni di Firenze ricordato da Celano e il Giovanni “de Laudibus” di Salimbene coinciderebbero per cronologia, ruolo (frate laico addetto alla disciplina) e rete relazionale (la cerchia eliana), al punto che la storiografia li tratta come la medesima persona. La cautela rimane opportuna quando si tenta di ricostruirne i movimenti o di attribuirgli episodi ulteriori oltre quelli testimoniati.
In conclusione, il “pugile fiorentino” è una figura reale del primo francescanesimo: non un mito edificante, ma un personaggio liminare tra carisma e istituzione, tra la predicazione della pace e l’esigenza d’ordine. Celano ne utilizza il nome per sottolineare quanto Francesco avesse a cuore la custodia della concordia, al punto da invocare punizioni materiali contro i calunniatori. Salimbene, con la distanza e il disincanto del memorialista, tramanda il ricordo di un esecutore di discipline legato alla stagione più dura dell’Ordine sotto Elia. Così, nel mosaico dei primi decenni dopo il 1226, fra Giovanni di Firenze emerge come un tassello minore ma necessario: il segno che, anche in una fraternità nata dal Vangelo della mitezza, la giustizia interna, per quanto aspra, veniva considerata strumento di salvezza del corpo comune.
Citazioni essenziali:
«Consegnalo nelle mani del pugile di Firenze… (chiamava pugile frate Giovanni di Firenze, uomo di alta statura e dotato di grande forza)», Vita secunda, 2Cel 182 (trad. it.).
«Trude… eum in manu pugilis Florentini… Fratrem autem Ioannem de Florentia… pugilem appellabat», Vita secunda, 2Cel 182 (lat.).
*«…qui frater laicus erat, durus et acer et tortor et pessimus carnifex; dabat enim disciplinas fratribus sine misericordia, ex praecepto Helyae», Cronica.
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