Scrivere ancora in vernacolo fiorentino ha senso? Memoria, cambiamento e futuro di una lingua viva.
Scrivere in vernacolo fiorentino ha ancora senso, anche se il fiorentino di una volta non tornerà più. Anzi, ha senso proprio per questo. Le parole che si sentivano nelle case, nei bar, nelle botteghe e per le strade raccontano una Firenze che non esiste più nello stesso modo. Non perché sia sparita la città, ma perché sono cambiate le persone, i lavori, i quartieri, le abitudini e perfino le discussioni da pianerottolo. Oggi si parla diversamente: entrano parole nuove, alcune vecchie si usano meno, altre resistono con una testardaggine tutta fiorentina. Il punto, però, non è rimettere in piedi una Firenze del passato come fosse una scenografia. Il punto è non perdere la sua voce. Scrivere il fiorentino di ieri serve a ricordare come parlavano le persone, come scherzavano, come si arrabbiavano, come prendevano in giro qualcuno senza bisogno di fare una conferenza di tre ore. È un modo per salvare parole che altrimenti resterebbero chiuse nei ricordi di famiglia, nella testa dei più anziani o in qualche commedia in vernacolo vista da bambini. Ma bisogna evitare un errore, confondere la memoria con il desiderio di tornare indietro.
C’è chi dice: “Una volta si parlava meglio”. Forse. Oppure si parlava in un altro modo. Ogni generazione ha parole che le sembrano naturali e parole che le sembrano strane. I nonni usavano espressioni che oggi fanno sorridere i nipoti; i nipoti usano parole che i nonni ascoltano come se fossero arrivate da Marte con un motorino truccato. Questo non significa che una generazione sia più intelligente dell’altra. Significa soltanto che una lingua cambia insieme a chi la parla. Il fiorentino di cinquant’anni fa non era uguale a quello di cento anni fa. E quello di cento anni fa non era identico a quello dell’Ottocento. Anche il fiorentino che oggi qualcuno difende come “quello vero” è nato da cambiamenti, incontri, prestiti e trasformazioni. Pensare di riportarlo indietro identico è come voler rimettere il tram a cavalli in piazza della Signoria perché almeno “era più autentico”. Può essere interessante da vedere in un libro di storia. Per viverci, forse un po’ meno.
Visto che è cambiato a cosa serve scriverlo? Perché una lingua non è fatta soltanto di regole. È fatta di tono, ritmo, immagini, battute, mezze frasi e parole che spesso non si possono tradurre bene in italiano standard. Ci sono espressioni che, dette in fiorentino, hanno un sapore preciso. Non raccontano solo che cosa si sta dicendo: raccontano anche chi lo sta dicendo, dove si trova, con quale faccia e con quale intenzione. Una frase in vernacolo può essere affettuosa, pungente, arrabbiata o comica senza cambiare molte parole. A volte basta l’intonazione. A volte basta un “via” messo al posto giusto. A volte basta una parola che fuori da Firenze suona normale, ma qui porta dietro una storia intera. Scrivere il fiorentino significa quindi conservare una musica. Non quella delle cartoline con il Duomo, ma quella delle persone vere: la nonna che brontola, l’amico che esagera, il vicino che commenta tutto, il pensionato al bar che ha già capito come andrà a finire il mondo prima ancora del caffè, ebbene quella lingua merita di essere raccontata perché dentro ci sono vite, non soltanto vocaboli.
C’è però un modo sbagliato di usare il vernacolo: trasformarlo in una maschera e alcuni film sembrano proprio questo. Succede quando ogni fiorentino di un racconto parla come un personaggio di una barzelletta, quando ogni frase deve contenere tre parole antiche e una bestemmia tagliata a metà, quando Firenze diventa un presepe immobile popolato da uomini con la voce grossa e donne che urlano dalla finestra. Fa ridere per cinque minuti. Poi stanca. Il vernacolo funziona davvero quando non sembra messo lì con il cucchiaino. Deve venire fuori perché quel personaggio, in quel momento, non potrebbe parlare in altro modo. Deve essere naturale, non un costume da indossare per far capire subito che siamo a Firenze.
Chi scrive bene in fiorentino non deve dimostrare di conoscere tutte le parole del dizionario. Deve far sentire al lettore che quella voce è viva. Una battuta ben piazzata vale più di una pagina piena di parole incomprensibili. Anche perché il lettore non è obbligato a superare un esame di “dialettologia e vernacologia” per capire una storia.
Scrivere il fiorentino di una volta non significa fare finta di essere nati nel 1950, nel 1920 o nel Trecento. Significa scegliere un tempo e rispettarlo. Se si racconta una famiglia degli anni Sessanta, ha senso cercare le parole che potevano usare allora, i modi di dire, gli oggetti, le abitudini e persino i silenzi. Se si racconta la Firenze di oggi, invece, bisogna accettare che la città parli anche italiano, inglese, slang, linguaggi dei social, parole portate da chi è arrivato da altre regioni o da altri Paesi.
Una città non resta viva perché tutti parlano come i loro nonni. Resta viva perché chi arriva trova un posto, chi c’era lascia una traccia e le due cose, nel bene e nel male, finiscono per incontrarsi. Il fiorentino contemporaneo non è la copia sbiadita di quello antico. È una nuova fase della sua storia. Può piacere di più o di meno, ma esiste. E negarlo non farà tornare indietro il tempo: farà soltanto perdere l’occasione di raccontare il presente. Quando una parola smette di essere usata, non sparisce soltanto un suono. Spesso sparisce un modo di guardare le cose. Le parole locali possono raccontare mestieri che non esistono più, oggetti che non si usano più, rapporti tra vicini, abitudini di quartiere, giochi da bambini, cibi, lavori e modi di vivere la città. Non per mettere sotto vetro ogni espressione come fosse una reliquia. Piuttosto per lasciare una traccia a chi verrà dopo. Un ragazzo che legge una parola sentita dal nonno può scoprire che non era un errore, né una stranezza: era parte di una storia. E magari, dopo averla capita, potrà usarla di nuovo. Non per fare il fiorentino d’epoca, ma perché quella parola gli serve davvero. Le lingue non sopravvivono solo nei musei. Sopravvivono quando qualcuno le usa con naturalezza.
L’idea di una lingua pura è molto rassicurante. Peccato che sia quasi sempre una fantasia. Le lingue prendono parole da altre lingue, cambiano pronuncia, accorciano frasi, inventano modi nuovi per dire cose vecchie. Lo hanno sempre fatto. Il fiorentino non fa eccezione. Firenze è stata una città di commerci, di viaggiatori, di artisti, di studenti, di lavoratori arrivati da fuori e di persone partite per altrove. Pretendere che il suo modo di parlare resti chiuso in una scatola sarebbe contrario alla sua stessa storia. Difendere il fiorentino non significa respingere tutto ciò che è nuovo. Significa riconoscere ciò che vale e non lasciare che venga cancellato per distrazione. C’è una differenza importante tra dire “questa parola non la usa più nessuno” e dire “questa parola non serve più a niente”. La prima frase può essere vera. La seconda, quasi mai. Per questo conviene usare il fiorentino con misura. Una parola precisa, un dialogo ben costruito, una battuta che si capisce dal contesto: spesso è più efficace di una pagina intera scritta in modo difficile.
Chi non è fiorentino deve poter seguire il racconto senza sentirsi perso. Chi è fiorentino deve riconoscere una voce credibile, senza avere l’impressione di leggere una parodia. Un buon trucco è semplice: prima viene la storia, poi viene il vernacolo. Se il personaggio funziona, se la scena è chiara, se l’emozione arriva, anche una parola sconosciuta trova il suo posto. Se invece tutto il testo si regge soltanto sul fatto che “parla fiorentino”, il lettore smette di ascoltare dopo poco. Il vernacolo non deve diventare una prova di bravura. Deve servire alla storia.
La memoria è utile quando aiuta a capire da dove veniamo. Diventa pesante quando pretende di decidere dove dobbiamo andare. Il fiorentino del passato va scritto, studiato e raccontato. Va ascoltato nelle voci di chi ancora lo parla. Va raccolto prima che alcune parole escano definitivamente dall’uso. Va difeso da chi lo riduce a una macchietta. Ma non va usato per dire che la Firenze di oggi è meno vera. La città di oggi è diversa. Non peggiore per forza, non migliore per forza: diversa. E il suo modo di parlare porta addosso questa differenza. Scrivere in fiorentino ha senso proprio perché permette di tenere insieme due cose: il ricordo e il cambiamento. Il cambiamento ci ricorda che nessuna lingua può vivere davvero se le viene ordinato di non muoversi.
Domande frequenti sul vernacolo fiorentino
Il fiorentino è un dialetto o un vernacolo?
Nell’uso comune si parla spesso di vernacolo fiorentino. Tra gli studiosi la questione è più discussa, perché il fiorentino è molto vicino all’italiano ma conserva suoni, forme e parole proprie. Nella vita di tutti i giorni, però, il nome conta meno della sostanza: è una varietà viva, con una storia precisa.
Ha senso usare il fiorentino nei libri o nei racconti?
Sì, quando aiuta a rendere veri personaggi, luoghi e situazioni. Non serve riempire ogni riga di parole difficili: bastano scelte precise e comprensibili dal contesto.
Il fiorentino di una volta può tornare?
Può essere ricordato, studiato e ripreso in alcuni contesti. Non può tornare identico, perché le lingue cambiano insieme alle persone e alle città.
Le parole nuove rovinano il fiorentino?
No. Le parole nuove possono cambiare il modo di parlare, ma non cancellano automaticamente quelle vecchie. Il problema non è l’arrivo di parole nuove: è dimenticare completamente quelle che raccontano la storia della città.
Bibliografia
- Poggi Salani, Teresa; Binazzi, Neri; Paoli, Matilde; Torchia, Maria Cristina (a cura di), Parole di Firenze. Dal Vocabolario del fiorentino contemporaneo, Firenze, Accademia della Crusca, 2012. È il testo più utile per capire il fiorentino parlato realmente, con parole, frasi e testimonianze raccolte sul campo.
- Binazzi, Neri, “Il dialetto dalla carta ai comportamenti: l’esperienza del ‘Vocabolario del fiorentino contemporaneo’ (VFC)”, in Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani, XXIII, 2012, pp. 280-286. Utile per capire come una lingua locale cambi nella vita quotidiana e non resti ferma nei libri.
- Binazzi, Neri, “Parlare dialetto oggi: indicazioni dal Vocabolario del fiorentino contemporaneo (VFC)”, in F. Cugno, L. Mantovani, M. Rivoira, M. S. Specchia (a cura di), Studi linguistici in onore di Lorenzo
- Massobrio, Torino, Istituto dell’Atlante linguistico italiano, 2014, pp. 75-90. Per approfondire il rapporto tra parlato locale, identità e trasformazioni sociali.
- Raddi, Renzo, A Firenze si parla così. Frasario moderno del vernacolo fiorentino, Firenze, Libreria SP 44, 1994. Più divulgativo e popolare: utile per ritrovare espressioni, modi di dire e tono della parlata fiorentina.
- Accademia della Crusca, Vocabolario del fiorentino contemporaneo, risorsa online. Da citare anche come strumento di consultazione: documenta le differenze tra italiano e fiorentino attraverso il parlato di oggi.
Bacco ama il colle, ma non a Lecore.
Il proverbio della trasformazione e dell'opportunità.
Un antico modo di dire caduto in disuso.
il proverbio ci avverte che spesso le cose o le persone che sembrano più tranquille, ebbene sono quelle più da temere.