Una notte di terrore a Firenze: il Marchese e le zucche impiccate
Un’antica e potente famiglia fiorentina, un tempo fulgida protagonista della vita cittadina, iniziò a declinare all’inizio del Quattrocento, pur mantenendo un posto nel prestigioso firmamento sociale della città. I suoi membri abitavano in via Vacchereccia, in alte case-torri di fazione ghibellina, poi demolite nel tempo a causa sia di vecchi rancori politici che delle continue ristrutturazioni urbanistiche. Tra questi "nobilissimi e doviziosi Marchesi", come racconta il Lasca (1) in una delle sue novelle, vi fu un certo gentiluomo che si trovò, suo malgrado, coinvolto in un’avventura al limite dell’incredibile. Costui aveva una relazione segreta con una donna che abitava a Ricorboli, nei pressi di San Niccolò. I loro incontri avvenivano soltanto di notte: la discrezione era essenziale. Per poter rientrare inosservato in città, il Marchese era solito pagare generosamente i guardiani delle porte.
Una notte, quando ancora mancava un’ora all’alba, l’uomo stava facendo ritorno verso casa, affrettando il passo. Giunto nei pressi del Prato della Giustizia – oggi piazza Piave – dove si eseguivano le condanne capitali, credette di scorgere dei corpi penzolare dalle forche. Eppure, ricordava bene che, il pomeriggio precedente, i cadaveri erano stati già rimossi. Pensando si trattasse di spettri dannati, fu colto dal panico. Tentò di fuggire, ma si bloccò d’improvviso: una voce gracchiante e minacciosa cantilenava "Aspetta, aspetta, ora tocca anche a te!". Poco dopo, vide una figura scura e minacciosa scendere dal patibolo e avvicinarsi. La paura fu tale che perse i sensi, vinto dal terrore.
Quella figura, tuttavia, non era un fantasma, bensì la Biliorsa (2), una povera folle citata anche da Dino Compagni nella sua Cronica. Era solita vagare nella notte e quella sera, trovate alcune grosse zucche in un campo, aveva deciso di impiccarle per il picciolo, inscenando un'esecuzione in cui impersonava sia il boia sia il monaco. Alla vista del Marchese, volle inscenare la stessa fine anche per lui, ma quando si avvicinò, lo trovò già a terra, svenuto. Tentò allora di trascinarlo sul patibolo per completare il macabro rituale, ma, giudicando l'impresa troppo faticosa, lo abbandonò per seguire la propria follia altrove.
Con le prime luci del mattino, alcuni lavoratori trovarono il corpo immobile e lo credettero morto. Chiamarono subito i becchini, che lo trasportarono nella chiesa della Compagnia de’ Neri (3) e lo adagiarono in una bara aperta lì presente. Ma il medico, giunto per accertarne il decesso, si accorse – tra lo stupore dei presenti – che era ancora vivo. Applicando con perizia la propria arte, riuscì a salvarlo. Tuttavia, il Marchese non fu più lo stesso: la paura gli aveva gelato il sangue e da allora rimase per sempre "spellato e privo di ogni pelo".
1) Chi era "il Lasca" (Anton Francesco Grazzini).
Anton Francesco Grazzini, soprannominato il Lasca (dal nome di un pesce d’acqua dolce, simbolo di agilità e vivacità), nacque a Firenze nel 1503 o 1504 e morì nel 1584. Fu uno scrittore, poeta e commediografo del Rinascimento italiano. Di professione speziale, esercitava presso la farmacia di famiglia, detta “del Moro”. Autodidatta, si dedicò con passione alla lingua italiana, preferendola al latino e opponendosi all’eccessivo erudizionismo dei suoi contemporanei. Nel 1540 fu tra i fondatori dell’Accademia degli Umidi, poi divenuta Accademia Fiorentina, e adottò il nome accademico di “Lasca”, come era consuetudine tra i membri. Negli ultimi anni della sua vita partecipò anche alla fondazione dell’Accademia della Crusca, nata con l’intento di difendere la purezza della lingua toscana. Fu autore di novelle, commedie e versi burleschi. La sua raccolta più famosa, Le Cene, si ispira al modello del Decameron e testimonia la sua maestria narrativa. Tra le sue commedie più note si ricordano La gelosia, La spiritata, La strega e La pinzochera. Compose anche un poemetto eroicomico incompiuto, La guerra de' mostri. Il suo stile si distingue per freschezza, ironia, realismo linguistico e una vena popolare che lo resero una delle voci più originali della letteratura fiorentina del XVI secolo.
2) La Biliorsa è molto probabilmente un personaggio realmente esistito, ma trasfigurato dalla tradizione popolare e letteraria. La Biliorsa viene citata anche da Dino Compagni nella sua Cronica (inizi del Trecento), il che suggerisce che una figura con quel soprannome sia davvero esistita a Firenze. Era probabilmente una donna mentalmente instabile conosciuta dalla popolazione per i suoi comportamenti eccentrici o inquietanti. Come spesso accade nel folklore, la realtà storica è stata poi amplificata e mitizzata. Con il passare del tempo, la Biliorsa è divenuta una sorta di spauracchio nei racconti popolari, simbolo di follia, morte e superstizione.
3) La loro originaria sede era l’Oratorio di Santa Maria Vergine della Croce al Tempio, una piccola chiesetta in stile gotico situata in via San Giuseppe, nei pressi di piazza Santa Croce
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