Per comprendere davvero il fenomeno della schiavitù femminile nella Firenze medievale, è utile partire da alcune domande essenziali: da dove provenivano queste schiave? Quale aspetto avevano? Quanti anni avevano? A quale prezzo venivano acquistate? E quali erano i nomi più diffusi? Sono interrogativi fondamentali, ai quali conviene rispondere prima di affrontare l’analisi della loro condizione all’interno delle case fiorentine e del loro rapporto con la società del tempo.
Per la maggior parte, queste giovani arrivavano dall’Oriente, come già emerge dalle relazioni commerciali che i fiorentini intrattenevano con il Levante. La quota più consistente proveniva dall’area tartara, situata nelle regioni vicine alla Tana e a Caffa, snodi centrali del commercio orientale. Tuttavia, in quei mercati confluivano anche schiave condotte da territori più lontani; non sorprende quindi che, accanto a un numero prevalente di tartare, nelle città coinvolte in questo traffico si trovassero donne di origini differenti. A Firenze, su 339 schiave acquistate tra il 1366 e il 1397, ben 259 erano tartare; 27 greche, alcune provenienti da Costantinopoli, dalla Romania o da Rodi; 7 russe; 7 turche; 3 schiavone; 3 circasse; 2 originarie della Bosnia e dell’Albania; una araba, una saracena e una proveniente da Candia.
In linea generale, Firenze non riceveva questa merce umana direttamente dai luoghi d’origine, ma soprattutto attraverso Genova e Venezia, e spesso anche tramite Pisa, Napoli e Ancona. Ciò dipendeva da diversi fattori: per lungo tempo la città non ebbe un proprio porto né una propria flotta e dovette quindi servirsi delle infrastrutture marittime di altri centri; inoltre, i suoi legami commerciali diretti con l’Oriente furono meno intensi di quelli con l’Occidente. A questo si aggiungeva il ruolo dominante di città come Venezia, che si configuravano come principali fornitrici di schiave per il mercato italiano. Per questa ragione, la maggior parte degli atti notarili di compravendita veniva redatta proprio a Genova e a Venezia. In questi contratti, i compratori erano spesso rappresentati dal notaio stipulante oppure da procuratori, intermediari e commissionari. Il commercio delle schiave, infatti, seguiva dinamiche non molto diverse da quelle di altri affari mercantili: si svolgeva attraverso mediatori specializzati, sensali e veri e propri trafficanti. Le fonti ricordano più volte questi operatori. Tra quelli che introdussero il maggior numero di schiave a Firenze spicca Agostino Davanze, modenese residente ad Ancona. Tra il 5 e il 18 giugno 1367 compare più volte a Firenze davanti al notaio, custode della camera degli atti del Comune, per confermare la denuncia di diverse vendite effettuate a cittadini fiorentini. Il 5 giugno, per esempio, Giovanni Francesco Andria denunciava una schiavetta di nove anni acquistata da Davanze per 20 fiorini d’oro. Pochi giorni dopo, il 14 giugno, il notaio Tommaso di Ser Simone Nichi presentava un’altra bambina della stessa età, di carnagione olivastra e già segnata da una ferita sul lato sinistro del volto, anch’essa vendutagli dallo stesso mercante. Ancora Davanze vendette ai fratelli Bernardo e Matteo, per 75 fiorini d’oro complessivi, uno schiavo di trent’anni e una schiava ventenne. Accanto a lui compaiono nelle fonti altri nomi: un mercante genovese, Bartolomeo Amigi, definito mercator sclavarum, uno Schiosi, venditore di schiave nel popolo di San Remigio a Firenze, un Nicola, Landò Lemmi da Lucca, Piero Bartolomeo da Genova e un sensale di nome Michele. Attraverso loro o i loro rappresentanti acquistavano schiave anche Averardo e Cosimo de’ Medici; allo stesso modo, un Folco Portinari affidò al fratello una procura piena per vendere una propria schiava alle condizioni di prezzo e garanzia ritenute più opportune.
L’autorità di questi intermediari era riconosciuta anche dalla legge, che ammetteva la loro testimonianza davanti ai tribunali. Abbiamo già visto Agostino Davanze confermare davanti ai notai le vendite da lui effettuate. Quasi un secolo più tardi, Guglielmo Rucellai, in una causa contro Ugolino da Ortignano dinanzi all’Arte dei Giudici, richiamava la testimonianza dei sensali di schiave sul dovere del venditore di dichiarare un’eventuale gravidanza della schiava e sull’obbligo conseguente di restituire il prezzo all’acquirente nel caso in cui la donna, venduta come sana, risultasse invece incinta. Se questa forma di acquisto indiretto contribuì alla nascita e al rafforzamento di una fitta rete di mediatori, ebbe anche conseguenze rilevanti sulla qualità delle schiave che arrivavano a Firenze. Poiché genovesi e, ancor più, veneziani controllavano su larga scala il traffico degli schiavi orientali, trasportandoli dalla Tana e da Caffa fino in Italia per poi redistribuirli ad altre città, è naturale pensare che scegliessero innanzitutto per sé gli esemplari migliori, lasciando agli altri quelli meno attraenti. Del resto, già Bongi aveva osservato che le donne vendute a partire da 50 fiorini in giù, e talvolta persino per 20, risultavano spesso difettose, meno belle, più avanti con l’età o segnate da gravidanze e parti.
Per quanto riguarda Firenze, questa valutazione non solo appare confermata, ma può essere ulteriormente precisata. Il registro degli schiavi, compilato dai notai fiorentini con stile scarno e ripetitivo, annotava nome, provenienza, età, prezzo e anche i tratti fisici del volto e del corpo delle persone presentate. L’impressione che si ricava da una lettura attenta di quel materiale è netta: le schiave giunte a Firenze nell’ultimo trentennio del XIV secolo erano, nella maggior parte dei casi, tutt’altro che avvenenti e difficilmente potevano soddisfare quel gusto per la bellezza che si attribuisce tradizionalmente ai fiorentini.
Il colorito del loro viso, anzitutto, doveva risultare poco attraente secondo i canoni del tempo. Predominava infatti la carnagione olivastra, in diverse sfumature, anche se non mancavano schiave dalla pelle gialla, rossastra, sanguigna, rubiconda o, più raramente, bianca. Ma più ancora della tinta della pelle colpivano i segni che ne deturpavano il corpo: macchie lasciate dal vaiolo, numerosi nei, cicatrici e ferite, spesso usate come elementi distintivi di riconoscimento. In molti casi questi difetti si concentravano sul volto della stessa persona e si accompagnavano a lineamenti considerati poco gradevoli: nasi schiacciati o grossi, labbra spesse e sporgenti, occhi cerchiati, fronte piccola, lentiggini diffuse. È difficile, leggendo queste descrizioni, associare tali figure a un ideale di grazia o fascino. Alcuni esempi, riportati nel registro, sono eloquenti. Il 16 luglio 1366 Nicolò dei Bagnuoli presentava una schiava proveniente da Costantinopoli, di statura media e pelle chiara, ma con più nei sul naso, sulla guancia destra, vicino all’occhio sinistro, oltre a un naso grosso e diverse cicatrici sulla mano sinistra e sulla spalla.
La schiava Margherita, appartenente a Lapinio Lapini, aveva solo dieci anni ed era descritta con pelle olivastra, una grande cicatrice sulla testa presso il sopracciglio sinistro, un’altra sulla guancia sinistra vicino al naso, naso schiacciato e orecchie un tempo forate e poi richiuse. Era stata acquistata da Davanze per 29 fiorini d’oro. Ezilana, di stirpe tartara, era anch’essa olivastra, con una cicatrice sulla tempia, occhi cerchiati e lentiggini sparse sul volto.
Le annotazioni proseguono nello stesso tono. Il 28 febbraio 1372 Bernarda de’ Nardi registrava una schiava tartara di nome Maria, acquistata a Napoli da Ricomero Lazari: di media statura, pelle quasi olivastra, leggermente butterata dal vaiolo, con piccoli nei sulle guance, labbra un po’ grosse e leggere rughe vicino all’occhio destro. Un’altra, fatta giungere appositamente da Alessandro Nicolao Alessandri e poi rivenduta a Vicco Guidi, aveva vent’anni, bassa statura, carnagione scura, orecchio destro ingrossato nella parte inferiore, volto segnato dal vaiolo, naso grosso e labbra spesse.
Scorrendo il registro compaiono di continuo donne butterate, segnate da cicatrici tra il mento e la bocca, con orecchie forate, lineamenti schiacciati, ferite sulle mani o sulle gote, oppure con pustole e segni sul volto disposti in modo vistoso. Tutti questi elementi, che deformavano il viso non solo delle schiave ma anche degli schiavi, sembrano rafforzare l’idea che a Firenze arrivassero, in prevalenza, persone di modesta avvenenza. A sostegno di questa impressione vi è un dato particolarmente significativo: nell’intero registro, che copre circa trent’anni, una sola volta compare la definizione pulcra corpore. Negli atti di compravendita, inoltre, oltre alla formula consueta che dichiarava la schiava sana e integra in tutte le membra, si incontra spesso l’espressione secondo cui essa era venduta cum omnibus suis magagnis, cioè con tutti i suoi difetti. Questa conclusione contrasta con l’immagine comune che si tende a costruire di queste donne e sembra persino poco compatibile con la diffusione del traffico schiavile nella Firenze del tempo. Tuttavia, i documenti paiono confermarla con chiarezza. È probabile che, agli occhi degli acquirenti, l’assenza di bellezza fosse compensata da altri fattori: il prezzo contenuto, la giovane età e una costituzione fisica robusta.
Proprio l’età influiva in modo decisivo sul prezzo. Il Cibrario osservava che le schiave venivano vendute a ogni stadio della vita, perfino quando erano ancora nel ventre materno o avevano appena pochi mesi, anche se raramente superavano i quarant’anni e nella maggior parte dei casi avevano meno di venticinque anni. Ricerche analoghe condotte da Lazzari, Zamboni e Bongi portarono a risultati simili, e per Firenze si possono indicare limiti pressoché identici.
Vi è però una particolarità: mentre in altre città italiane gli studiosi non avevano trovato schiave vendute al di sotto dei dieci anni, a Firenze il registro e gli atti notarili documentano bambine di sette, otto e nove anni, vendute in media tra i 25 e i 30 fiorini d’oro. Una novenne fu ceduta addirittura per 20 fiorini il 14 novembre 1414 a ser Bonaiuto del fu Francesco, con la precisazione che veniva acquistata con tutti i suoi vizi e difetti, tanto nascosti quanto evidenti.
Le fanciulle impuberi erano acquistate più raramente; ma una volta raggiunta la pubertà diventavano oggetto di un commercio ordinario e, appena entrate nell’età adulta, toccavano il prezzo più alto. Il dato rivela chiaramente che quel primo fiore della giovinezza compensava, per i compratori, una minore robustezza fisica e una minore capacità di affrontare lavori gravosi. Bongi ricordava il caso di una quindicenne pagata 64 fiorini d’oro, e anche per Firenze non mancano esempi simili. Nell’ultimo trentennio del XIV secolo il numero maggiore di schiave vendute apparteneva infatti alla fascia tra i quindici e i venticinque anni, proprio quella per cui si registrarono i prezzi più elevati. Anche in questi casi, tuttavia, le cifre fiorentine restavano relativamente contenute: se a Genova, Venezia e in altre città italiane del XIV secolo i prezzi potevano raggiungere somme molto alte, e a Lucca le schiave caucasiche giovani e senza difetti si pagavano comunemente tra i 50 e i 65 fiorini d’oro, a Firenze nello stesso periodo il prezzo oscillava per lo più tra i 30 e i 40 fiorini, toccando punte di 60 o 70 fiorini per alcune schiave tra i venti e i venticinque anni. Le donne di età superiore raggiungevano più difficilmente cifre simili; con l’avanzare degli anni diminuivano anche numericamente e oltre i 36 anni si può dire che quasi nessuna venisse più acquistata in città. In ogni caso, oltre i 40 fiorini non si andava.
Nel XV secolo, però, anche a Firenze il prezzo delle schiave aumentò. Dopo la sconfitta di Pisa, la città poté finalmente contare su un porto e su una flotta propri, rendendo più diretti e frequenti i rapporti con l’Oriente. Allo stesso tempo, senza migliorare sul piano morale, i costumi si fecero probabilmente più raffinati. Non stupisce dunque che i fiorentini cominciassero a cercare schiave ritenute migliori e ad accettare di pagarle di più. Diventarono così più frequenti gli acquisti di schiave russe, considerate più gentili nell’aspetto, e di circasse, definite dalla Strozzi “forte sangue”. Anche la media dei prezzi salì, stabilizzandosi attorno ai 40 fiorini d’oro. Nel 1418, per esempio, Averardo de’ Medici pagò 100 lire genovesi per la schiava Lucia e, nel 1431, accettò di sborsare 71 ducati d’oro per una circassa chiamata Maddalena.
Naturalmente, nel determinare il prezzo non interveniva soltanto l’età. Pesavano anche le condizioni fisiche e morali, la provenienza — e infatti le schiave bianche erano in genere valutate di più rispetto a quelle dalla pelle olivastra — le consuetudini locali e, non di rado, il gusto personale dell’acquirente. Probabilmente fu proprio il capriccio individuale a spingere il mercante fiorentino Bivigliano de Mattei a pagare 800 fiorini d’oro per una schiava acquistata a Palermo nell’ottobre del 1387, della quale ignoriamo sia l’origine sia l’età. Era venduta con tutti i suoi corredi, arredi, ornamenti e diritti. La cifra appare così eccezionalmente alta da far pensare a un caso del tutto straordinario, forse spiegabile con qualità particolari attribuite alla schiava. Sebbene non venissero sempre cedute con ornamenti e corredi, le schiave dovevano comunque possedere una costituzione fisica considerata sana e robusta. Lo conferma la formula che ricorre costantemente negli atti di compravendita e che costituiva la base stessa del contratto. La schiava era dichiarata sana et integra omnibus suis membris, tanto nei difetti occulti quanto in quelli manifesti. A questa formula generale si aggiungevano specificazioni ulteriori: a Venezia, per esempio, si precisava l’assenza del morbo caduco (Epilessia) secondo l’uso locale; a Firenze si faceva riferimento soprattutto al cosiddetto “male maestro”, segno che si trattava di una malattia temuta e piuttosto diffusa, contro la quale gli acquirenti cercavano di cautelarsi. Se la schiava non era in buone condizioni, il venditore era tenuto a dichiararlo. Così, l’11 novembre 1414, una bambina bosniaca di nove anni, Andreola, fu venduta per soli 20 fiorini d’oro con tutti i suoi vizi, difetti e infermità, palesi e occulte, incluso appunto il male maestro. Queste clausole mostrano chiaramente che si teneva conto non solo delle condizioni fisiche, ma anche di quelle morali. Il Cibrario osservava infatti che talvolta nei contratti si specificava che lo schiavo venduto non fosse ladro, litigioso, fraudolento o molesto.
Tra gli aspetti più delicati vi era naturalmente la gravidanza della schiava. In alcuni casi la donna veniva acquistata simul cum partu, cioè insieme al figlio che portava in grembo, il quale diventava automaticamente proprietà dell’acquirente. In altri, invece, il compratore rinunciava espressamente a questo diritto futuro, ritenuto incerto e poco vantaggioso. Bongi aveva osservato che a Lucca, se la gravidanza non era stata denunciata e veniva scoperta dopo la conclusione del contratto, non si aveva diritto né a reclamo né a risarcimento. A Firenze, però, le cose sembrano essere andate diversamente. Lo dimostra il ricorso presentato dal cittadino Guglielmo Rucellai all’Arte dei Giudici contro ser Ugolino di ser Guccio da Ortignano. Rucellai sosteneva di aver acquistato per 30 fiorini una schiava di otto anni, con la promessa che, se entro tre o quattro mesi non gli fosse piaciuta, il venditore gli avrebbe restituito il denaro. Aggiungeva inoltre che la schiava gli era stata consegnata incinta e con altri vizi e difetti che obbligavano il venditore alla restituzione del prezzo. Con sentenza del 22 maggio 1456, l’Arte dei Giudici e dei Notai condannò ser Ugolino a restituire entro sei mesi i 30 fiorini, oltre alle spese, imponendo al Rucellai di riconsegnare la schiava.
Si vede dunque come la legge, già nella stipulazione dei contratti, cercasse di proteggere l’acquirente da possibili frodi e di garantirgli il possesso di una “merce” conforme alle condizioni pattuite. Resta infine un’ultima domanda: quali erano i nomi più frequenti delle schiave? Potrebbe sembrare una semplice curiosità, ma il tema è meno marginale di quanto appaia. Altrove si è già ricordato come molti contemporanei — giuristi, teologi, letterati — giustificassero la sopravvivenza della schiavitù facendo leva soprattutto sulla diversità religiosa. Anche dopo aver ricevuto il battesimo, infatti, gli infedeli non venivano considerati automaticamente liberi dal vincolo servile. Proprio l’esame dei nomi conferma questo punto. Nel registro compaiono spesso schiave indicate con due nomi: uno arabo, turco, tartaro, greco o russo, e un altro cristiano, evidentemente imposto dopo il battesimo. Negli atti di compravendita compaiono inoltre formule che meritano attenzione.
Il 30 settembre 1377, per esempio, ser Filippo Doni vendeva a Venezia a Ristori di Michele, fiorentino, una schiava tartara di 24 anni chiamata, in vista del battesimo, Clara. In un altro atto rogato a Rialto il 16 settembre 1383, Tito Rolandino di Venezia vendeva a ser Marino una schiava tartara chiamata nella sua lingua Lusi e destinata a ricevere nel battesimo il nome di Marta. La stessa clausola compare anche nell’atto del 5 marzo 1432 con cui Averardo de’ Medici acquistava da Martino Malipieri una schiava circassa di vent’anni, chiamata Maddalena e da rinominare al momento del battesimo. Curiosamente, in quell’atto il nuovo nome da assegnare fu lasciato in bianco, e lo stesso accadde in un altro contratto del 1431 relativo all’acquisto, sempre per conto di Averardo, di una schiava avogassa. Da questi esempi si possono ricavare almeno tre conclusioni. La prima è che le schiave non cristiane venivano, in generale, battezzate e fatte entrare formalmente nella religione cristiana, pur restando schiave. La seconda è che il nome cristiano poteva costituire un elemento specifico del contratto, dunque un dettaglio giuridicamente rilevante. La terza è che l’acquirente si riservava con ogni probabilità il diritto di assegnare alla schiava il nome che preferiva. Anche in questo ambito, dunque, il gusto e l’arbitrio dei contraenti trovavano ampio spazio. I nomi delle schiave erano infatti assai vari. Se quelli originari possono oggi suonare inconsueti, non meno singolari appaiono talvolta i nomi cristiani loro attribuiti. Tra i più frequenti ricorrono Margherita, Lucia, Caterina, Marta, Maria, Maddalena, Giovanna e Cristina: nomi diffusissimi anche altrove e comuni, per questo motivo, pure tra le schiave delle altre città italiane.
Tratto da Agostino Zanelli, Le schiave orientali a Firenze nei secoli XIV e XV, Firenze, E. Loescher, 1885.
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