Gli “anglo beceri” a Firenze (Ottocento e primo Novecento).
Origine del termine e significato locale.
Il curioso soprannome “anglo beceri” nacque a Firenze per indicare in tono ironico la folta comunità di stranieri anglosassoni (soprattutto britannici, ma anche americani) stabilitisi in città tra Ottocento e primo Novecento. Furono proprio i fiorentini – noti per la loro tagliente ironia – a coniare questo appellativo popolare. Il termine combina la parola “Anglo” (a indicare la provenienza britannica) con “beceri”, vocabolo toscano che significa sguaiati, grossolani, volgari. Di per sé, "becero" ha accezione dispregiativa, ma nell’espressione “anglo-becero” veniva usato con sfumatura scherzosa: descriveva infatti l’inglese che viveva a Firenze e adottava usanze locali, pur restando in fondo uno straniero un po’ goffo e mai del tutto integrato. In pratica, i fiorentini si burlavano bonariamente degli inglesi residenti, notando ad esempio come parlassero un italiano buffamente storpiato dal forte accento anglosassone, tanto da meritarsi quel nomignolo pungente. Insomma, “anglo beceri” era un’etichetta sagace e colorita: per i locali, questi forestieri anglofoni apparivano insieme affascinanti e “beceri” nei loro tentativi di inserirsi nei costumi fiorentini. Il tono era in genere ironico più che offensivo, anche se, all’occorrenza, poteva suonare un po’ irriverente (oggi andrebbe usato con cautela per non risultare scortesi).
- L’arrivo degli inglesi: dal Grand Tour alla Firenze post-unitaria
Per capire il contesto degli anglo beceri, occorre ricordare che Firenze fu per secoli meta prediletta di viaggiatori stranieri. Già dal XVII–XVIII secolo molti aristocratici europei compivano il Grand Tour, viaggio formativo attraverso l’Europa continentale, e l’Italia era una tappa obbligata per il suo immenso patrimonio artistico. Nel Settecento, soprattutto Roma, Napoli e Venezia brulicavano di giovani gentiluomini inglesi, francesi e tedeschi in cerca delle vestigia dell’arte classica. Verso la fine del Settecento, e ancor più nell’Ottocento, Firenze conobbe un nuovo slancio di popolarità. Complici il clima romantico e gli studi di critici come John Ruskin – che esaltavano l’arte medievale fiorentina (Giotto, Masaccio, ecc.) – la città fu “riscoperta” come culla di bellezza: frotte di viaggiatori anglosassoni iniziarono a preferirla ad altre mete. La stessa Firenze veniva definita “l’Italia nell’Italia” per il suo concentrato di arte, storia e paesaggio. Dopo l’Unità d’Italia (1861) e specialmente negli anni in cui fu capitale del Regno (1865-1871), la presenza straniera in città divenne massiccia. Si stima – forse esagerando – che attorno alla metà dell’Ottocento gli stranieri costituissero addirittura un terzo degli abitanti di Firenze. In questa colonia internazionale i più numerosi erano gli inglesi, al punto che la città fu descritta nel 1864 come “una società mista di tutte le nazionalità […] un terzo circa di fiorentini, un terzo di inglesi, e il rimanente russi, tedeschi, francesi, polacchi e americani”. Proprio questa folta comunità anglofona residente a Firenze – con il suo carattere cosmopolita ben visibile nella vita cittadina – diede origine alla felice denominazione di “anglo beceri”, con cui i locali amavano definirla.
Le motivazioni che spinsero tanti inglesi a scegliere Firenze erano svariate. In sintesi, gli anglosassoni dell’Ottocento trovavano in città:
- Arte e cultura senza pari, grazie a musei, monumenti e un’atmosfera intellettuale che appagava chi cercava le glorie del Rinascimento e della storia italiana.
- Clima mite e salute: l’aria temperata era ritenuta benefica per malattie respiratorie come asma e tubercolosi.
- Costo della vita inferiore: la sterlina aveva un grande potere d’acquisto e consentiva uno stile di vita agiato.
- Business e collezionismo: molti acquistavano opere d’arte da esportare in patria.
- Religione e libertà spirituale: l’ambiente cosmopolita e tollerante favoriva la pratica protestante e, per alcuni, anche l’avvicinamento al cattolicesimo.
In breve, Firenze divenne una seconda patria per numerosi britannici. Questo flusso costante di visitatori trasformò il tessuto sociale cittadino. Pur restando stranieri, molti si stabilirono per anni, affittando ville, aprendo attività e integrandosi in parte nella vita locale: da qui l’idea di una “piccola Inghilterra” trapiantata in Toscana. È in questo contesto che nacquero le storie degli anglo beceri, figure a metà tra il gentleman britannico e il cittadino fiorentino.
- Vita e impatto della comunità anglofona a Firenze.
La presenza di inglesi e americani a Firenze raggiunse dimensioni notevoli, al punto da creare una vera e propria “colonia” anglosassone. Molti di questi stranieri tendevano inizialmente a vivere un po’ ai margini della società locale, circondandosi dei propri connazionali. Gran parte degli anglo-fiorentini preferiva stabilirsi fuori dal caos urbano, affittando o acquistando eleganti ville sulle colline intorno a Firenze. Zone come Bellosguardo, Fiesole, Settignano e altre località panoramiche divennero enclave predilette: qui potevano godere del paesaggio toscano e, al tempo stesso, mantenere uno stile di vita aristocratico.
Famosa è Villa Brichieri a Bellosguardo, dimora della scrittrice americana Constance Fenimore Woolson, che ospitò Henry James intento a scrivere Il carteggio Aspern, così come Villa Montauto, dove soggiornò Nathaniel Hawthorne, traendo ispirazione per il suo romanzo Il fauno di marmo. Queste ville divennero piccoli mondi anglosassoni: avevano servitù locale, giardini all’inglese e spesso salotti dove ci si riuniva per il tè delle cinque.
In città, gli angloamericani frequentavano comunque alcuni luoghi pubblici rinomati. Un punto di ritrovo era il centralissimo Caffè Doney in via Tornabuoni – all’epoca vivace salotto della buona società – dove, accanto ad aristocratici e politici italiani, si vedevano regolarmente facoltosi inglesi intenti a leggere The Times o a conversare. Un altro luogo caro alla comunità britannica era la Libreria Seeber (fondata dalla famiglia Loescher nel 1865), che vendeva libri in varie lingue: agli inizi del Novecento vi si potevano incontrare letterati stranieri e italiani sfogliare volumi fianco a fianco.
Non va dimenticato infine il celebre Gabinetto Scientifico-Letterario Vieusseux, fondato nel 1819 dal mercante ginevrino Giovan Pietro Vieusseux: una biblioteca e sala di lettura internazionale situata a Palazzo Buondelmonti, dove gli stranieri potevano leggere giornali esteri e prendere in prestito libri. Gli inglesi ne furono assidui frequentatori fin dall’inizio, tanto che il Vieusseux divenne uno dei centri della Firenze cosmopolita ottocentesca.
Salotti, circoli e vita culturale
Nonostante una certa tendenza a restare tra connazionali, molti anglo-fiorentini contribuirono vivacemente alla vita culturale cittadina. Numerose case private divennero autentici salotti letterari e artistici, frequentati sia da stranieri sia da fiorentini colti. Ad esempio, la scrittrice Violet Paget, nota con lo pseudonimo Vernon Lee e residente a Firenze, organizzava ricevimenti nella sua villa, cui partecipavano intellettuali da tutta Europa, tra cui anche Oscar Wilde ed Edith Wharton. Un’altra figura di spicco fu Violet Trefusis, nobildonna britannica stabilitasi a Firenze: anche il suo salotto fu luogo d’incontro internazionale, frequentato, ad esempio, dallo scrittore francese Anatole France, che ambientò parte del romanzo Il giglio rosso proprio a Firenze.
Ancor prima, a metà Ottocento, brillavano i salotti di due celebri signore inglesi: Elizabeth Barrett Browning e Frances “Fanny” Trollope. Casa Guidi, l’appartamento fiorentino di Elizabeth Barrett Browning, divenne un vero centro intellettuale: la poetessa vi ospitava artisti, poeti e patrioti sia inglesi che italiani, discutendo animatamente di arte e politica. La Browning, trasferitasi a Firenze nel 1847 con il marito Robert, partecipò con passione al clima risorgimentale italiano – nel poema Casa Guidi Windows esaltò la causa dell’unità d’Italia – e nella sua dimora in piazza San Felice accolse personalità da ogni parte d’Europa. Parallelamente, il Villino Trollope in piazza Indipendenza (abitato dallo scrittore Thomas Adolphus Trollope e dalla sua famiglia) era un’altra tappa obbligata del circuito mondano: anche lì, attorno al caminetto, si riunivano letterati, viaggiatori e patrioti. Si racconta che Casa Guidi e il Villino Trollope fossero mete di pellegrinaggio per tutti gli stranieri di passaggio a Firenze, specialmente inglesi e americani.
In questi salotti cosmopoliti – definiti “luoghi di incontro privilegiati dell’intellettualismo internazionale” – la comunità anglo-fiorentina non rimaneva affatto isolata, ma anzi partecipava attivamente alla vita politica e culturale della città e dell’Italia. Si discuteva di letteratura, si faceva musica, talvolta si cospirava a favore della libertà italiana. Insomma, ben lungi dall’essere solo eccentrici turisti, molti anglo beceri divennero protagonisti della vita culturale cittadina, fungendo da ponte tra la cultura anglosassone e quella italiana
- Istituzioni, scuola ed editoria anglo-fiorentina.
Con il tempo, la comunità britannica lasciò un segno concreto anche nelle istituzioni cittadine. Sul piano educativo, gli anglofoni fondarono o frequentarono scuole proprie: venne aperta un’“English Boarding School” (pensione per giovani inglesi) e persino un’accademia per ragazzi britannici a due passi da Palazzo Pitti, come ricordano le cronache dell’epoca. Molte famiglie altolocate iscrivevano inoltre le figlie al prestigioso Educandato del Poggio Imperiale, dove studiò anche Marisa Berenson decenni dopo, segno di un’integrazione nelle istituzioni scolastiche locali. In città operavano anche chiese e associazioni della comunità: già dagli anni ’40 dell’Ottocento era presente un cappellano anglicano e, nel 1881, fu inaugurata la St. Mark’s English Church in via Maggio, trasformando un antico palazzo mediceo in luogo di culto anglicano. Questa chiesa divenne punto di riferimento religioso per i britannici fiorentini, mentre gli americani episcopaliani costruirono successivamente la St. James Church (1891-1901). In ambito caritativo, alcuni britannici fondarono istituti di beneficenza e ospedali. Ad esempio, l’orfanotrofio protestante fondato dal pastore inglese Alessandro Gavazzi (poi divenuto Istituto Gould) offriva assistenza ai bambini bisognosi della città.
Anche nel campo dell’editoria e della stampa locale si sente l’influsso anglosassone. Già nel 1847 un gruppo di residenti inglesi – tra cui il citato Thomas Trollope – fondò un giornale in lingua inglese chiamato The Tuscan Athenaeum. Lo scopo dichiarato era far conoscere al pubblico britannico i progressi della “nuova Toscana libera”, sostenendo le idee liberali e risorgimentali.
Attraverso articoli e corrispondenze, questi espatriati diffondevano in patria un’immagine aggiornata dell’Italia, mostrando simpatia per le aspirazioni nazionali italiane. Il Tuscan Athenaeum ebbe vita breve, ma segnò l’inizio di una tradizione di periodici anglofoni a Firenze. Negli anni seguenti uscirono altre pubblicazioni per la comunità inglese, e molti scrittori stranieri composero libri e memorie ambientati in città. Vale la pena ricordare che diversi capolavori della letteratura straniera nacquero o furono ispirati da Firenze: ad esempio, Fyodor Dostoevskij scrisse qui L’Idiota nel 1868-69 (come ricorda una targa in piazza Pitti); lo scrittore inglese E.M. Forster vi ambientò il celebre romanzo Camera con vista (1908), che ritrae con acutezza l’incontro tra turisti britannici e cultura fiorentina.
Un caso emblematico di intreccio tra cultura anglosassone e Firenze è quello di David Herbert Lawrence. Lo scrittore inglese soggiornò nel 1926-27 in una villa presso Scandicci (Villa Mirenda), dove trovò ispirazione nella campagna toscana e completò il romanzo L’amante di Lady Chatterley. Poiché l’opera era considerata troppo scandalosa per la morale britannica, Lawrence decise di pubblicarla proprio a Firenze: la prima edizione non censurata del 1928 fu stampata dalla Tipografia Giuntina. Ciò testimonia come Firenze offrisse anche una maggiore libertà artistica e di stampa rispetto all’Inghilterra vittoriana. La tipografia fiorentina Giuntina – collegata all’editore Bemporad – aiutò Lawrence a diffondere il suo romanzo nel mondo, aggiungendo un capitolo importante alla storia editoriale locale.
Sul fronte artistico, molti anglo beceri lasciarono importanti eredità museali alla città. Alcuni donarono le proprie collezioni d’arte, contribuendo alla nascita di nuovi musei: è il caso di Herbert Percy Horne, storico dell’arte inglese, che alla sua morte lasciò al Comune di Firenze un palazzo con una preziosa raccolta di opere del Rinascimento (oggi Museo Horne); oppure di Frederick Stibbert, collezionista anglo-italiano che trasformò la sua villa sulle colline in uno straordinario museo di armi, costumi e oggetti d’arte orientale e medievale (il Museo Stibbert, aperto al pubblico dopo la sua morte). Altri ancora contribuirono a tutelare il patrimonio cittadino: ad esempio, l’anglo-irlandese Sir John Temple Leader acquistò e restaurò il Castello di Vincigliata, preservandolo dalla rovina, mentre Charles Loeser (americano) raccolse a Villa Torri di Gattaia una collezione di dipinti poi donata agli Uffizi. Insomma, la presenza anglofona arricchì Firenze non solo socialmente ma anche sul piano culturale e artistico, lasciando tracce visibili ancora oggi in istituzioni e collezioni.
- Sepolture e memoria: dal Cimitero degli Inglesi agli Allori
La lunga stagione degli anglo beceri fiorentini ha lasciato testimonianze tangibili nei cimiteri storici della città. In epoca granducale, poiché i non cattolici non potevano essere sepolti nelle chiese, fu creato un cimitero speciale fuori dalle mura: il cosiddetto Cimitero degli Inglesi, situato in Piazzale Donatello, e ufficialmente noto come Cimitero Protestante. Inaugurato nel 1827 e gestito dalla Comunità evangelica riformata svizzera, divenne l’ultima dimora per molti residenti stranieri protestanti. Passeggiando tra le sue lapidi candide e le croci gotiche, si incontrano nomi di spicco della colonia anglosassone ottocentesca. La tomba più famosa è quella di Elizabeth Barrett Browning, sormontata da un sarcofago monumentale in marmo bianco, decorato con le iniziali “E.B.B.”. Poco distante riposano altri illustri: il poeta Walter Savage Landor, lo scultore Hiram Powers, la scrittrice Frances Trollope, il medico e scrittore John Polidori, e l’italianista Theodore Parker.
Nel 1877, il Cimitero degli Inglesi fu chiuso a nuove sepolture, essendo ormai circondato dallo sviluppo urbano. Per questo, nel 1878 fu inaugurato un nuovo cimitero evangelico fuori città, lungo via Senese, nella zona del Galluzzo: il Cimitero agli Allori, costruito sul terreno di un podere che portava proprio il nome "Agli Allori".
Tuttora attivo e aperto a più confessioni religiose, il Cimitero agli Allori ospita le tombe di generazioni successive di anglofiorentini e di altri stranieri. Tra i personaggi illustri qui sepolti si ricordano:
- Harold Acton (1904–1994), scrittore e storico dell’arte;
- Herbert Percy Horne (1864–1916), fondatore dell’omonimo museo;
- Violet Trefusis (1894–1972), scrittrice;
- Frederick Stibbert (1838–1906), collezionista e fondatore del museo omonimo;
- Vernon Lee (Violet Paget, 1856–1935), autrice e intellettuale;
- Sir John Pope-Hennessy (1913–1994), storico dell’arte;
- Arnold Böcklin (1827–1901), pittore svizzero.
Il Cimitero agli Allori è considerato un museo a cielo aperto per la qualità delle sue sculture e delle epigrafi, molte delle quali in inglese o bilingui. Il Cimitero degli Inglesi, in particolare, con i suoi cipressi e iris, fu spesso descritto nei diari e nella letteratura dell’epoca, suscitando l’ammirazione di molti viaggiatori.
Ancora oggi, entrambi i luoghi testimoniano l’amore profondo che molti stranieri provarono per Firenze. I cosiddetti anglo beceri, con il loro soprannome scherzoso, hanno lasciato un’eredità tutt’altro che “becera”: nuove idee, arte, istituzioni e un tocco di eleganza britannica. Come scrisse la diarista Lady Adelaide Paget nel 1865: “A Firenze l’aria è come champagne”. Forse fu proprio questo frizzante connubio tra spirito inglese e anima toscana a rendere indimenticabile l’epopea degli anglo-fiorentini.
Firenze è anzi tutto città moderna, piena di luce e di comodità
Le foto dell’800 e del '900 documentano un tempo vicino ma lontano, segnando la fine di un’era e l’inizio di un mondo nuovo.
In certi borghi estremi della città , che hanno mal nome e peggior fama, c'erano ben altro che burelle!
Nell'antichità, l'ospitalità era offerta da famiglie e istituzioni religiose. Gli alberghi a Firenze risalgono all'antica Roma.